La manifestazione
RIPENSARE LE CITTÀ SENZA MACCHINE
di STEFANO ADAMI Allora prendo la bicicletta... No! Aspetta! Parliamone! Sono venuto in bicicletta... Ma perché non me l’hai detto prima, scusa... Le cronache ci abituano a vedere il ciclismo come...
di STEFANO ADAMI
Allora prendo la bicicletta... No! Aspetta! Parliamone! Sono venuto in bicicletta... Ma perché non me l’hai detto prima, scusa...
Le cronache ci abituano a vedere il ciclismo come una prova d’ardimento; uno zig zag fra macchine ruggenti che minacciano ad ogni secondo la schiacciatura. E non solo in città, come si vede; anche nelle campagne, dove l’auto batte la sella a briglia sciolta.
L’aggressività automobilistica dilaga; è ormai un ramo florido della civiltà del disagio e dell’aggressività in cui siamo a mollo tutti quanti.
È l’(in)civiltà della macchine, e l’(in)civiltà dell’uomo alla guida. Per vederlo, basta attraversare la strada sulle strisce pedonali. Ormai da tempo, fra le auto che si assiepano davanti all’attraversamento, è invalso l’uso di non fermarsi più. Le auto, invece, prendono a scivolare lentamente verso la zebratura, tanto per far (cortesemente, mi raccomando) capire all’attraversatore a tradimento che sta dando noia e deve spicciarsi a sgomberare. Se non sgombera, verrà sgomberato.
Il pedone, quindi, è terrorizzato dall’attraversare; mentre il ciclista, per evitare la strada minata, tende sempre di più a pedalare sui marciapiedi. L’auto è vittoriosa, cresce a dismisura; ma in realtà a vincere è la maleducazione, la prevaricazione, l’ostilità umana.
Sarebbe un problema, oltre che per la condotta dei cittadini, per amministratori. Bisognerebbe ripensare le città. Farle per uomini, non per macchine. Magari con un occhio ad Amsterdam, che entro il 2015 sarà dichiarata “città senz’auto”. Potranno girare nel centro solo auto pubbliche e residenti con ferrei permessi. Per il resto, si usano i mezzi umani. Il quartiere rosso si può raggiungere anche così.
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