Attenzione
In una lettera la morte di Irina
Sergio Bertini aveva scritto di aver stretto troppo le mani al collo della compagna: ecco le motivazioni del giudice che lo ha condannato a trent'anni
GROSSETO. Stretta al collo. Stretta con le mani, «finché non è diventata una bambola». Poi, proprio come se fosse una bambola, pettinata per farla sembrare più bella. Svestita, perché la morte le aveva sporcato gli abiti, e avvolta in una coperta prima di essere caricata sull’auto e portata a sud, all’Argentario, dove il corpo di quella donna sarebbe dovuto essere fatto sparire dai cinghiali. È la sequenza dell’omicidio di Irina Meyntser, la donna di origini ucraine uccisa dal suo compagno, Sergio Bertini, il tecnico informatico di 48 anni condannato a trent’anni di carcere dal giudice per l’udienza preliminare Valeria Montesarchio. Una sequenza che è stata ripercorsa dal gup nelle motivazioni di quella sentenza che non ha fatto grandi sconti a Bertini. Ad uccidere la donna non è stato un folle, non è stato un uomo che non era capace di intendere e volere. È stato - secondo il giudice - un piano studiato da una mente lucida che già qualche mese prima aveva messo nero su bianco, raccontato in una lettera che è stata poi trovata a casa della coppia, che abitava in via Ansedonia, come Irina sarebbe morta.
Era maggio quando la donna aveva chiesto ospitalità a un’amica. Voleva lasciare Sergio, voleva allontanarsi da quell’uomo che non le dava tregua. Era geloso, fino all’inverosimile. La pedinava, la seguiva ovunque ed era ossessionato dal fatto che lei avesse rapporti con altri uomini. Era terrorizzato dal poterla perdere, tanto da installarle nel cellulare un programma spia che trasmetteva i suoi spostamenti e anche le telefonate e i messaggi che inviava o riceveva. A maggio, quando Irina si era allontanata per la prima volta da Bertini, lui aveva scritto una lettera e tra le parole dell’uomo ce ne sono state alcune che sono balzate agli occhi del pm: Bertini raccontava, in quei fogli conservati all’interno della sua agenda, «di aver stretto troppo la mano soffocandola». La stessa modalità utilizzata qualche mese dopo, ad ottobre, quando Irina è stata uccisa una domenica subito dopo cena, subito dopo che la coppia aveva litigato ma non così violentemente da giustificare un omicidio d’impeto.
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Il difensore di Bertini, Tommaso Galletti, proporrà il ricorso in appello, anche sulla base della perizia psichiatrica alla quale l’uomo si è sottoposto. Perizia che secondo il gup non sposta l’asticella verso il tecnico informatico: per il giudice Bertini era capace di intendere e volere. E soprattutto, dopo l’uccisione della donna e dopo aver gettato il suo corpo a Punta Ciana, il un dirupo scosceso che porta a Cala Purgatorio, aveva scritto con estrema lucidità la sceneggiatura della sua scomparsa. Dal finto viaggio a Roma della donna, al furto del suo cellulare, alla volontà di Irina, dunque, di far perdere le proprie tracce.
Era stato lui a rivolgersi ai carabinieri, dopo che aveva portato il trolley della donna con i suoi due telefoni cellulari alla stazione di Roma, era stato sempre lui a rivolgersi alla trasmissione “Chi l’ha visto” per farla trovare. Mosse lucide, come quella fatta il giorno dopo l’omicidio quando Bertini si è presentato al lavoro, nell’azienda dove faceva il tecnico informatico con una torta acquistata in panetteria e spacciata come preparata da Irina.
La storia di Irina e di Sergio, così come raccontata nelle motivazioni scritte e firmate dal gup Valeria Montesarchio, è la storia di un amore che non c’era più. Che era stato soffocato da problemi che la coppia non era riuscita a superare. Ci avevano provato: la settimana prima dell’omicidio Sergio e Irina erano stati da una psicologa, avevano fatto una seduta di terapia di coppia. La dottoressa si era accorta che quella storia era ormai arrivata al capolinea e che Irina voleva andarsene da casa. Sullo sfondo c’erano problemi economici: la donna non accettava di buon grado di vivere nella casa che Bertini aveva ricevuto in eredità con le sue sorella dalla madre. Poi c’erano dei problemi di insoddisfazione sessuale. Problemi che Bertini aveva in ogni modo cercato di risolvere ma che avevano allontanato Irina giorno dopo giorno.
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Lui, secondo il giudice, non voleva che lei andasse via e per tenerla con sé l’ha stretta forte. Così forte da uccidere. Ma secondo la perizia psichiatrica presentata dal difensore, Bertini che era sempre apparso lucido, qualche problema con se steso lo covava, tanto che i due periti che hanno visitato l’uomo e che lo hanno sottoposto a test hanno rilevato una disturbo della personalità di tipo narcisista associato a un disturbo borderline. Non è follia, certo, non sarà incapacità di intendere e volere, come sottolineato appunto dal giudice che ha condannato Bertini a trent’anni. Ma è probabilmente il lato oscuro, quell’ombra nell’anima che ha fatto stringere al tecnico informatico, le mani intorno al collo della sua compagna fino a trasformarla in una bambola.
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