Il Tirreno

Grosseto

GUERRA LEGALE

La Soprintendenza boccia la pedana di Pappagone

Elisabetta Giorgi
La vecchia pedana di Pappagone (foto agenzia Bf)
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La vecchia pedana di Pappagone (foto agenzia Bf)

I proprietari della storica pizzeria fanno ricorso al Tar impugnando gli atti. «La struttura esiste da 30 anni: se viene smantellata chiudiamo tutta l’attività»

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GROSSETO. Chi non ricorda la “guerra dei gazebo” che scoppiò tra 2006 e 2007 e divise pubblico e privato a colpi di regolamento sui manufatti precari? Nel 2015 ecco un figlio illustre: la pedana a ridosso delle mura del ristorante pizzeria Pappagone, in piazza de Maria; una struttura considerata “storica” quanto il locale che essa serve da circa 30 anni, ma su cui è esplosa una guerra legale a colpi di atti e ricorsi amministrativi. Casus belli un atto della Soprintendenza che sulla pedana si è espressa negativamente sostenendo che sia incompatibile con le mura. E i titolari hanno fatto ricorso al Tar. Quella pedana, dicono, c’è sempre stata e il Comune ha sempre dato ogni autorizzazione così com’è. La famiglia del ristoratore Enzo Adami l’ha ereditata nel 2003 quando è avvenuta la cessione del ramo d’azienda dai vecchi titolari. E tutti la conoscono.

Il ristorante in questione sorge nel “ventre” delle mura ed di proprietà del Comune di Grosseto, che lo dà in affitto.
“Pappagone” è una «pizzeria storica di Grosseto - dice Enzo - presente e operante sin dagli anni ’70 e diventata negli anni un locale tipico coi suoi tavoli all’aperto, gli ombrelloni, le fioriere e appunto la pedana».

Quest’ultima - peraltro - è l’unico mezzo che «ci consente di lavorare nel periodo primaverile-estivo nonostante la crisi, e l’unico sfogo rispetto a un interno un po’ buio e angusto, dove possiamo sistemare i clienti». È pure nota, la pedana, per essere stata bersaglio anni fa di bande di ragazzini che dalle mura lanciavano i sassi. E «a volte ha fatto scudo per qualche cane caduto sulla tenda...».

Ogni anno la proprietà ha presentato al Comune la domanda (sempre concessa) di autorizzazione per l’occupazione di suolo pubblico per la durata annuale. Nel 2010 il Comune ha autorizzato i titolari a posizionare 4 ombrelloni “arancioni” sulla pedana, colore giudicato consono dal regolamento sui manufatti precari. Come per ogni anno, anche per il 2013 il titolare ha presentato domanda di occupazione del suolo chiedendo l’autorizzazione per la solita pedana di 16 metri per 4, più 4 ombrelloni, 14 fioriere e pedana per disabili.

A fine 2013 i titolari hanno fatto domanda anche per il 2014 formulando la stessa richiesta con stessa documentazione. Risulterebbe che anche per il 2014 il Comune abbia rilasciato autorizzazione; tant’è che come ogni anno i titolari hanno pagato la Tosap. Poi a un certo punto proprio «il Comune di Grosseto ha comunicato che, per la richiesta di suolo pubblico presentata, sarebbe stato necessario ottenere l’autorizzazione della Soprintendenza ai Beni architettonici e Paesaggistici di Siena e Grosseto per la presenza di vincoli…».

E qui sono subentrati i problemi, perché, come spiega la proprietà nel suo ricorso al Tar, «dopo decenni in cui la stessa struttura era stata autorizzata solo dal Comune che ha svolto anche valutazioni di carattere estetico-paesaggistico, lo stesso Comune ha comunicato che era necessaria un’autorizzazione della Soprintendenza. Eppure la struttura era la stessa usata da decenni e la normativa la stessa».

La Soprintendenza ha dato parere negativo, sostenendo l’incompatibilità della struttura con le mura per colori, dimensioni e tipologia oltre al fatto che essa comprometterebbe la prospettiva, la luce e il decoro delle stesse mura. I titolari hanno presentato una nuova richiesta di rilascio dell’autorizzazione, sono andati a Siena per incontrare la Soprintendenza e hanno presentato una relazione tecnica con una nuova “versione” di pedana con colore diverso. Ma anche qui la Soprintendenza ha ridetto no. Ai titolari il contenuto del parere è stato comunicato a fine dicembre 2014 dal Comune, che ha fatto un verbale di contestazione per “occupazione abusiva di sede stradale”.

I ristoratori hanno fatto ricorso al Tar e il Comune si è costituito in giudizio. Dunque la faccenda è passata al giudice. Il malumore è forte: i titolari contestano il parere negativo ritenendo che «non abbia motivazioni specifiche» e già si preparano, in caso di insuccesso, al passo successivo ventilando «danni economici enormi perché chiusa la pedana c’è il rischio che dobbiamo chiudere tutta l’attività». Dal canto suo il Comune ha dato incarico ai propri legali di tutelarsi.

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