Arrestato a Casalecci, condannato a quasi quattro anni
Pena severa per il romeno peso durante un raid notturno il 17 febbraio. Il pm: «Nell’interrogatorio ha sempre parlato al plurale, c’era un complice»
GROSSETO. Ha provato fino all’ultimo a dire che lui con quel tentativo di furto in abitazione non c’entrava nulla. E che se aveva provato a scappare era solamente perché sapeva di essere arrivato con un’auto rubata. Ma tutto ciò non è servito a evitare una condanna.
Marius Florin Sumandea, romeno di 43 anni, dovrà scontare 3 anni, 8 mesi e 26 giorni (oltre a pagare 3.222 euro di multa) per la parte più consistente dei reati contestati dal sostituto procuratore Giuseppe Coniglio, il quale al termine della requisitoria aveva chiesto 4 anni e mezzo per quanto avvenuto la notte del 17 febbraio a Casalecci. Condannato per la resistenza a pubblico ufficiale, per le lesioni causate all’assistente che lo aveva bloccato, per la tentata rapina impropria (il furto degenerato nell’aggressione - il reato considerato più grave dal collegio presieduto da Giovanni Puliatti, con Giovanni Muscogiuri e Andrea Stramenga), per il furto dell’auto Hyundai Santa Fe (avvenuto a Volterra) e per la detenzione abusiva della pistola Glock 27 Smith&Wesson. Assoluzione invece per aver fornito false generalità e per il resto dell’imputazione relativa all’arma: il fatto non sussiste. Sumandea, che ha una lunga serie di precedenti e che era presente all’udienza, è stato interdetto dai pubblici uffici per cinque anni.
Quella notte erano sicuramente in due, ha concluso il pm. Uno che armeggiava vicino a un’auto e visto dall’equipaggio di un’auto civetta della polizia di stato, l’altro che sarebbe scappato via dalla casa che avrebbe cercato di svaligiare. Sumandea era stato inseguito e fermato - tra l’altro quella notte era stato attivato un servizio di controllo delle forze dell’ordine nella frazione bersagliata dai colpi - dopo una colluttazione nella quale era rimasto ferito un agente. Perché erano in due? «Perché rispondendo all’interrogatorio - argomenta il dottor Coniglio - Sumandea dice sempre “siamo”, “volevamo”, “andavamo”. Poi nell’auto è stato trovato un paio di scarpe numero 44: l’imputato ci ha detto che porta il 41-42 e il proprietario dell’auto ha detto che non è suo. Dunque è del complice».
Di contro, il difensore Melania Renaioli ha fatto notare che nessuno quella notte aveva visto due persone su quell’auto e che nessuno aveva visto Sumandea in compagnia di un’altra persona. La sua compagna aveva aggiunto che l’uomo era partito da solo da San Vincenzo, quella sera. «Se usa il plurale è solamente perché non conosce l’italiano, tant’è vero che non usa mai la prima persona». Secondo il difensore, Sumandea era lì soltanto perché stava cercando di aggiustare un fanalino, effettivamente danneggiato. «E se scappa, lo fa solamente perché sapeva di non essere su un’auto non sua. Non perché era coinvolto nel tentativo di furto». L’imputato nega di aver aggredito il poliziotto. Anzi, poco dopo porta gli agenti nel luogo dove aveva sepolto la pistola. Oltre tutto, ha fatto notare il difensore, la proprietaria della casa quella notte nel mirino dice di aver sentito dei rumori e di averne chiesto spiegazioni agli anziani genitori ma di non aver visto nessuno fuori casa se non gli agenti che perlustravano la zona. Inesistente, infine, il reato di false generalità, perché l’imputato si chiama sia Popovic sia Sumandea. E solo da questo reato è stato assolto.
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