Gioco
Arrestato commercialista grossetano per il trasferimento di 5 milioni di euro
Il professionista è ritenuto il referente di una società spagnola, all'opera anche due hacker informatici
GROSSETO. C'è anche un grossetano, il ragioniere Guido Adriano Tori, 64 anni, tra le 22 persone arrestate dalla guardia di finanza (una di queste è ai domiciliari) nell'ambito della maxi inchiesta che ha portato in carcere, tra l'altro, anche il presidente del Parma calcio, Giampietro Manenti. Componendo il numero di telefono del suo studio, in piazza Ponchielli, si sente una voce registrata dire che "il numero è inesistente o momentaneamente non disponibile".
Si tratta di un filone secondario individuato dalla Procura di Roma e dal nucleo di polizia tributaria delle fiamme gialle della capitale, rispetto a quello di autoriciclaggio con l'aggravante del metodo mafioso denominato Gfb e con oggetto la gestione di un fondo di oltre 24 milioni di euro stanziato dal ministero dell'Economia per la liquidazione coatta amministrativa di una "gestione fuori bilancio". Secondo le ipotesi investigative, qui sarebbero entrati in pista gli hacker, cioè i pirati informatici, con la presenza di persone definite come vicine alla criminalità organizzata calabrese. Le attività di indagine hanno indotto gli investigatori a concludere che vi era stata un'incursione informatica nei server di una banca svizzera e che tale blitz avrebbe permesso alla parte "tecnica" dell'associazione criminale di trasferire 5 milioni di euro in favore di una società spagnola: secondo la guardia di finanza, tale società sarebbe riconducibile al commercialista Tori.
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L'operazione sarebbe stata mediata da Michele Fidale e Ilario Ventrice, entrambi originari della provincia di Reggio Calabria e con precedenti per associazione di tipo mafioso. "Proprio in tale contesto - spiega la guardia di finanza - il gruppo degli hacker ha manifestato un notevole spessore criminale. Infatti, è ripetutamente emerso che lo stesso, in occasione di alcune difficoltà che hanno determinato il mancato o ritardato pagamento delle somme pattuite, ha fatto ricorso a metodi intimidatori tipicamente mafiosi, sostanziatisi in fortissime pressioni e minacce all’indirizzo di quanti venivano considerati responsabili delle problematiche occorse".
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