Il Tirreno

Grosseto

SCUOLA

Merendine scadute ai bimbi delle elementari

Elisabetta Giorgi
La scuola elementare di via Sicilia
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La scuola elementare di via Sicilia

Una cinquantina di alunni ricevono dalla Camst schiaccine non più commestibili. Genitori furibondi, scattano gli esposti

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GROSSETO.Vanno in gita con la scuola e nel pranzo al sacco trovano un’incredibile sorpresa. Schiaccine scadute due mesi fa e diffuse dalla Camst, l’azienda che rifornisce le scuole di Grosseto in appalto dal Comune. Loro sono 50 bambini delle scuole elementari di via Sicilia, hanno una decina d’anni. E nel bel mezzo dell’orario scolastico si sono ritrovati tra le mani delle vivande che scadevano a gennaio. Peccato che siamo a marzo.

Si è scatenata una bufera senza precedenti e stanno partendo denunce a raffica: 18 famiglie grossetane hanno segnalato il tutto in Procura, è partito un esposto ai Nas, è stata avviata una raccolta firme. Nervi tesi contro l’azienda, la Camst è sotto accusa. «Che cosa mangiano i nostri figli? Vengono fatti i controlli?», protestano decine di famiglie decise ad andare fino in fondo per capire se il cibo dato ai loro figli nella scuola sia buono o no. Ma anche il Comune di Grosseto, con l’assessore Giovanna Stellini, si dice sbalordita e non usa mezze parole. «Quello che è successo è di una gravità inaudita. Stiamo facendo tutti i controlli, vogliamo capire come sia potuto succedere».

Facciamo un passo indietro. È il 4 marzo quando due classi delle Elementari partono per una gita nell’entroterra maremmano con il pranzo al seguito. Dentro c’è un po’ di tutto: un panino con prosciutto cotto, uno al formaggio, una barretta di cioccolata, un’arancia e una banana, una bottiglietta d’acqua piccola. E quella schiacciatina croccante confezionata che qualcuno mangia e qualcun altro no. Alcuni bimbi a fine serata la riportano a casa intonsa. C’è chi lamenta d’averla solo assaggiata e dice ai genitori che «è cattiva», e chi invece la mangia tutta e accusa mal di pancia. I genitori frugano e vanno a leggere la data di scadenza. Sorpresa: c’è scritto 6 gennaio 2015. Due mesi prima. E scoppia il finimondo. Parte un tam tam di telefonate, messaggi su whatsapp.

Scoppia la protesta. «Voglio spiegazioni dalla Camst - esordisce una mamma mostrando la foto del prodotto con la data di scadenza in bella vista - Siamo tutti infuriati. Noi abbiamo avuto la fortuna di accorgercene grazie ai bimbi che non hanno mangiato la schiaccia e hanno riportato il sacco a casa, ma chissà che cosa non vediamo e cosa sfugge ai nostri occhi, cosa viene cucinato. Considerando le tante lamentele che arrivano - dice la mamma rivolgendosi all’azienda - non arrivereste meglio all’obiettivo di soddisfare il cliente facendo del buon cibo anziché del marketing strategico?» Una delle mamme racconta di aver postato questa storia sulla pagina Fb della Camst, la quale però l’avrebbe tolta «dopo nemmeno 10 minuti».

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Ma è sempre su Fb che la stessa azienda fa capolino tra un commento inviperito e l’altro rispondendo a un genitore: «Buongiorno, la ringraziamo molto per la segnalazione, stiamo già effettuando tutti i controlli necessari per valutare la non conformità, avremo a breve delle risposte che saranno naturalmente condivise».

Una risposta giudicata troppo vaga e non convincente, anche alla luce del fatto che «risale a venerdì scorso e l’azienda non ha più risposto». Un padre sbotta. «Abbiamo fatto già denuncia agli organi di competenza, vorremmo che ci fosse qualità nei piatti dei nostri bimbi. Siamo praticamente obbligati a scegliere solo la mensa Camst e non capiamo questo monopolio: un’alternativa è doverosa».

C’è anche chi tira fuori casi che destano sospetti. «Mia figlia ha portato a casa una bustina confezionata con carote tagliate, non era scaduta ma molto vicina alla scadenza: mancavano due giorni. La cosa mi lascia perplessa». C’è poi una madre il cui figlio frequenta la scuola di via Mascagni (anch’essa servita dalla Camst) e che racconta come di recente «i bambini abbiano ricevuto per pranzo una partita di pizza bruciata, ma quando l'hanno segnalato all’addetta della mensa lei ha detto che andava bene così, perché era solo nera, ma buona...».

Una mamma rincara la dose. «Siamo decine di famiglie a porci un interrogativo grosso. Come avviene la preparazione di questi cibi all’interno della cucina? Come vengono preparati i cibi, chi fa i controlli per valutare la genuinità dei prodotti? Chi sta attento alle date di quelli confezionati? Se succede il caos con una schiaccina confezionata, cosa succede là dentro? Vogliamo risposte».

In molti chiedono che siano date risposte sul rispetto o meno delle norme igienico-sanitarie, tanto più alla luce del fatto «che il servizio si paga e caro». E pretendono che il Comune dia man forte e si faccia sentire. Alcuni dicono d’aver pure cambiato strategia. «Io pago la retta ma ho anche iniziato a preparare per il mio figlio il pranzo a casa, due panini, un cornetto e una banana. E così fanno molti altri genitori. Così almeno stiamo tranquilli. Intanto stiamo raccogliendo firme». È partita una lettera alla direzione della scuola, che ha contattato il Comune. Il quale a sua volta ha chiesto spiegazioni alla ditta. Urgenti.

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