Il Tirreno

Grosseto

omicidio colposo

Sparatoria mortale, chiesto il processo per un poliziotto

Pierluigi Sposato
Le tracce sull'asfalto dopo i rilievi della Scientifica (foto Bf)
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Le tracce sull'asfalto dopo i rilievi della Scientifica (foto Bf)

Il 16 aprile udienza preliminare per l'assistente che esplose il colpo al posto di blocco sulla Senese

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CIVITELLA MARITTIMA. Udienza preliminare il 16 aprile davanti al giudice Valeria Montesarchio per il poliziotto di 48 anni ritenuto dalla Procura responsabile di omicidio colposo, per la morte di Arito Canaj (o Halo Panajot), raggiunto da un colpo di pistola al posto di blocco sulla Senese, nella notte tra il 20 e il 21 giugno 2012. Secondo il pm Salvatore Ferraro si sarebbe trattato di un «comportamento colposo», dal momento che l'agente aveva tenuto «la pistola in condizioni non sicure», cioè con il colpo in canna e il cane abbassato pronto per lo sparo. Nella Volkswagen Golf venne trovato un carico di droga. Archiazione per gli altri tre agenti inizialmente coinvolti nell'indagine.
Cosa sostiene la Procura? Sostiene che l'agente quella notte era insieme ad altri otto colleghi e che il posto di blocco al ritorno in Maremma era stato deciso poiché nelle intercettazioni di un procedimento penale - il 5157 del 2011 - avevano fatto capire che la droga stava arrivando. La Golf era stata fatta accostare e aveva tenuto il motore acceso. Poi era ripartita a grande velocità (17 metri al secondo l'accelerazione calcolata dai Ris): in quel frangente, l'assistente era stato colpito dallo spigolo anteriore sinistro della Golf. Secondo l'accusa, il poliziotto era caduto mentre impugnava con la sinistra la paletta e con la destra la pistola. E il colpo mortale, infilatosi sotto l'ascella sinistra, non aveva lasciato scampo a Canaj.
La ricostruzione che la Procura aveva maturato nel tempo, anche mediante l'incidente probatorio, non ha mai convinto la difesa. Che ha spiegato che vi era il fondato sospetto che i due sulla Golf (con Canaj c'era anche il cugino) fossero armati. E che insiste sul fatto che l'assistente da sempre porta la Beretta 92 sb con il colpo in canna e il cane abbassato predisposto per lo sparo in doppia azione. Da sempre, come è raccomandato dagli istruttori (non ci sono direttive ministeriali in proposito) che sconsigliano di intervenire con la pistola nella fondina e con il meccanismo di sicurezza inserito. La difesa sostiene anche che o l'evento non era prevedibile o, se lo era, era lecito che gli agenti impugnassero un'arma. Chi intervenne non indossò il giubbetto antiproiettile per garantirsi maggiore abilità nei movimenti in una situazione potenzialmente pericolosa. E se non usò il potente mitra M12 fu solo per evitare situazioni di rischio maggiori.
L'assistente di polizia non cadde ma ruotò su di sé (lo dicono i periti Cavalcanti e Lopez), aggiunge la difesa, ed entrò in contatto con l'auto (forse anche lo specchietto) attraverso l'avambraccio sinistro e il ginocchio sinistro: lo sparo fu una conseguenza dell'autodifesa e di un movimento involontario.
Contestati dalla difesa anche gli orari. Lo sparo è delle 22,30-23; il medico legale indica nelle 23,39 l'orario dell'arrivo in ospedale e nelle 23,55 quello della morte. In altra parte della perizia spiega invece che vi furono 55' di massaggio cardiaco. E l'imputazione parla di «morte immediata».

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