Il Tirreno

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isola del giglio

La partenza della Concordia tra applausi e qualche lacrima

Emilio Guariglia
Una ragazza osserva la Concordia al largo del Giglio il giorno della partenza (foto Enzo Russo)
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Una ragazza osserva la Concordia al largo del Giglio il giorno della partenza (foto Enzo Russo)

La doppia reazione degli abitanti: l’incubo è finito ma dopo mille giorni temono di tornare nell’ombra

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ISOLA DEL GIGLIO. Come alle buone cose di pessimo gusto del salotto di Nonna Speranza, anche a un mostro di ferro – se resta un po' nell'orizzonte familiare – alla fine ci si affeziona. Così nel limpido mattino di mercoledì 23 luglio, quando lo spaventoso leviatano bianco riprende il largo verso Genova, l'isola del Giglio somiglia alla stazione di Sant'Ilario il giorno che partì Bocca di Rosa: tutti lì, compresi quelli che fino all'altroieri la stramaledicevano, per dire addio Concordia in un'inestricabile miscela di euforia e di lacrime, che dapprincipio sembrano sollievo e invece sono nostalgia.

La Concordia i gigliesi per quasi mille giorni l'hanno avuta dentro casa. Nel salotto, in cucina, nella camera da letto, persino alla tv quando volevano dimenticarla un attimo. E al davanzale, tra i gerani del terrazzo, ai tavoli del bar, sotto l'ombrellone, davanti al parabrezza, a prua del gozzo e a poppa dei gommoni. Per quasi mille giorni l'hanno tenuta conficcata in testa, nel cuore, nella carne. Per quasi mille giorni il moloch gli ha ridisegnato l'orizzonte: non più l'infinità del mare, ma l'ermo colle, la siepe che l'infinito allo sguardo lo nasconde.

Chiusa dentro un recinto ignoto alla sua genetica, una piccola comunità di donne e di uomini cresciuti in confini di vento ha imparato a vivere nella prigione del Grande Fratello: il colosso steso come un guardiano davanti all'uscio principale, gli occhi del mondo intero perennemente puntati addosso. Abituata a farsi amare per la sua bellezza, ha imparato ad accogliere orde di forestieri affamati del brivido veloce di quel che resta dell'orrore. Un ingombrante souvenir, il mostro di ferro. Ricordo di un viaggio altrui, ma anche di una tragedia propria, condivisa prima ancora che subita. Monumento alla memoria, ma anche quotidiano specchio di una nuova identità che l'isola, suo malgrado, intorno a quel meteorite ha dovuto costruire.

L'addio al rottame è sì l'affrancamento da un incubo e da un orizzonte posticcio, ma al tempo stesso è l'addio a un pezzo della propria vita. Persino, forse, a un pezzo del proprio cuore. Per questo quando poco dopo le nove di mercoledì 23 luglio il suono delle sirene annuncia che il viaggio senza ritorno della Concordia è cominciato, le mani degli spettatori – nella platea del porto o sui mille loggioni panoramici – si dividono tra un applauso e una strofinata veloce agli occhi, per liberarli dall'imbarazzo delle lacrime. La gioia dell'impresa ingegneristica portata a termine dall'esercito del Wreck Removal Project è la gioia di tutti gli isolani che i loro "angeli della rimozione" li hanno conosciuti, coccolati, tenuti per quasi mille giorni come fratelli e figli. Il successo di chi ha lavorato in questi mesi è anche la vittoria dei gigliesi che ogni sera _ soprattutto nelle interminabili notti dell'inverno in mezzo al mare _ dividevano con tecnici e operai un bicchiere di vino e in quel bicchiere inquietudini, soddisfazioni, ansie. A questo trionfo collettivo applaude la ragione, mentre il cuore si accorge che con il mostro di ferro se ne andranno per sempre pure loro, amici, fratelli e figli d'adozione, comunità nella comunità. E allora quell'orizzonte d'infinito ritrovato diventa malinconia, si rompe in pianto.

«D'inverno ci mancheranno le luci del molo_ dice Letizia guardando la Concordia allontanarsi _ «E poi i ragazzi, la vita, la compagnia». «Ora torniamo soli _ le fa eco Veronica _ tornano gli inverni vuoti del letargo. Torna il vuoto». Scopri così, mentre il mostro di ferro lascia Punta Gabbianara e appare ai bagnanti increduli dell'Arenella, che proprio come il treno di Sant'Ilario anche il relitto della Concordia col suo carico di sconosciuti in paese ha portato l'amore: un matrimonio già celebrato, uno che si celebrerà presto col dono di un bambino già in arrivo, un altro ancora che potrebbe celebrarsi in Inghilterra, dove una fanciulla gigliese ha seguito il suo principe azzurro giunto sull'isola con l'esercito della rimozione. Ora però la nave se ne va. E con lei il segno tangibile di un pezzo di vita, forse rimosso e che proprio adesso riaffiora potente nel ricordo.

«L'emozione è grande», ammette Silvano Ferraro mentre prepara caffè per giornalisti e teleoperatori. «Il nostro era l'unico bar aperto, la notte del disastro. Quando martedì sera abbiamo visto le luci riaccese e la Concordia illuminata siamo tornati indietro nel tempo, a quella scena incredibile della sera del naufragio». Parte, la nave, e si porta via il segno tangibile di quella nuova identità appena ricostruita. «Sappiamo quello che eravamo prima del 13 gennaio 2012 - racconta Beppe al tavolino della sua trattoria sul porto - e sappiamo quel che siamo stati in questi trenta mesi. Il dopo è tutto da riscrivere, il futuro un punto interrogativo. L'isola è cambiata, tutti siamo cambiati. L'auspicio è uno solo, che sia un futuro migliore. Così da poter dire che non tutto il male è venuto per nuocere».

Di futuro già si discute, tra i gigliesi, mentre il gigantesco relitto nell'infinità del mare ritrovato appare ormai poco più di un peschereccio. Il dibattito, che terrà banco a lungo sull'isola e non solo, è soprattutto sulla sorte da assegnare alle piattaforme sottomarine installate per consentire la ciclopica opera di sollevamento del relitto. Tenerle lì o rimuoverle? Farne un museo sommerso della memoria o un paradiso naturalistico per subacquei? Immaginarle come una zavorra o come un barlume di luce nelle tante foschie che offuscano il nuovo orizzonte? Queste però sono questioni per domani. Ora, passato ormai da un pezzo mezzogiorno, osservata dalle scogliere la Concordia è poco più di una macchia bianca, quasi uno scoglio emerso d'improvviso. Come quelle balene bianche che ingannavano i marinai, facendoli attraccare sui loro immensi dorsi per poi tirarli giù con sé dentro gli abissi. O come la misteriosa isola sommersa di Zanara, che antiche mappe e antichissime leggende a volte fanno riaffiorare intorno al Giglio. Ora, scomparsa alla vista dei gigliesi, la Concordia è finalmente storia, consegnata a foto, immagini, a un film da Premio Oscar. E presto sarà racconto, mito da tramandare di barca in barca, di padre in figlio, ai tavolini dei lunghi inverni al porto. Ora, rimossa la siepe, c'è un orizzonte nuovo. Di nuovo l'infinito. Con tutte le sue incognite, le sue speranze, le sue minacce. Eppure bellissimo. Così bello che sì, almeno ora, almeno oggi, tra un applauso e una lacrima è dolce naufragare in questo mare.

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