Finanza
Addio al barone testimone della Maremma
E' morto a 107 anni il fotografo Felice Andreis: nei suoi scatti la storia e la bellezza del territorio
GROSSETO. «La vita è un'avventura da cui non si esce mai vivi - diceva sempre col sorriso sulle labbra - Ma c’è qualcosa che può restare oltre la morte, e sono le foto». Aveva ragione Felice Andreis quando sussurrava queste parole. Dopo di lui, dopo la sua lunghissima vita terrena e quasi fuori dal tempo durata 107 anni e finita ieri, sono rimasti 15.000 splendidi scatti e 4.000 diapositive. Un condensato di un’esistenza incredibile e appassionata fatta di viaggi, esperienze e avventure ma anche lo spaccato di un’epoca a cavallo tra due secoli, che resterà testimoniata per sempre in queste immagini. C’è un uomo che guarda l’infinito. Poi l’orizzonte davanti a noi. Nuvole, cime innevate e precipizi. Il mare al tramonto, la roccia che si riempie di lirismo. I buoi che portano l’aratro.
Il barone e fotografo Felice Andreis è morto la notte tra venerdì e sabato nella sua tenuta in località Poggio Cavallino, vicino Giuncarico. Era nato il 21 giugno del 1907, aveva 107 anni e ne avrebbe compiuti 108 tra tre mesi e mezzo. Era l’elettore più anziano d’Italia. a maggio 2014 aveva votato accolto da un applauso. Fino a qualche anno fa aveva ancora la patente. Originario dell’aristocrazia piemontese, aveva scelto di vivere in Maremma con la moglie d’origine senese Pupa Barabesi (nobile anche lei) appena più giovane di qualche anno e che è morta venti giorni fa, a 101 anni. Sono stati insieme fino alla fine, Pupa e Felice: felici e sereni fino all’ultimo, a casa loro come una storia d’altri tempi, vissuta in un legame viscerale. Entrambi di origini nobili, avevano soprattutto nobili i “modi”: grande classe e gentilezza d’animo, grande cultura condita da sobrietà. Dal loro amore era nata la figlia Pepita.
Barone e fotografo, laureato in chimica nel 1929, Andreis ha viaggiato per tutta la vita, scattando immagini ai paesaggi e alla natura, agli animali o alla vita rurale anche maremmana. Le sue foto sono documenti unici e uno spaccato di storia eccezionale. Al 1916, anno della sua prima foto con una macchina regalata da bambino, una semplice fotocamera Kodak, risale la battaglia di Verdun e l’Italia dichiara guerra alla Germania. Sembra incredibile eppure Andreis è già lì a fare foto, e grazie a un’eccezionale longevità non solo anagrafica ma anche artistica si proietta subito oltre il tempo tessendo insieme epoche lontane mille mondi. A 103 anni gli viene tolta la patente e ci resta male. Quando lo abbiamo intervistato pochi anni fa si è detto dispiaciuto perché «non avevo mai fatto un incidente».
Sempre brillante e colto, lucido fino alla fine, ha sempre letto romanzi e saggi storici nel suo raffinatissimo salotto colmo di libri. Ha organizzato mostre anche a 105 e 106 anni: nel 2012 ha dato alle stampe uno splendido volume fotografico, «Un uomo che guarda”, a cura del fotografo/collega Carlo Bonazza, suo grande estimatore e compagno “morale” che per tutta la vita ne ha apprezzato l’impegno e le opere. L’anno scorso Andreis ha inaugurato a Grosseto, all’hotel Bastiani, una piccola mostra fotografica rimasta aperta due settimane e che ha raccontato la Maremma - Ansedonia, l’Argentario, San Donato - con gli scatti giovanili. L’ultima esposizione è stata al Castello di Capalbio, tra agosto e settembre 2014.
Pochissime settimane fa se n’è andata in silenzio - nella loro casa - la compagna di una vita, Pupa, la donna che lui sposò nel 1939 e con cui è stato “felice” nel vero senso della parola, condividendo viaggi e passioni intellettuali. Felice e Pupa avevano da poco festeggiato i loro 75 anni di matrimonio. Forse non reggendo alla mancanza, il barone l’ha raggiunta nella notte tra venerdì e sabato. I funerali saranno forse martedì.
Carlo Bonazza, il grande fotografo grossetano che lo ha accompagnato nelle mostre e ne ha curato l’opera (sue le riproduzioni fotografiche e il progetto grafico del libro “Un uomo che guarda” edito da Photoedizioni) lo ricorda con sincera commozione e con l’umiltà che si deve a un grande “anziano” della fotografia.
«È stato un grande piacere per me condividere parte del suo cammino», dice Bonazza, un cammino e un’intesa eccezionali che forse può provare in pieno solo chi è abituato a stare come loro dietro l’obbiettivo di una macchina fotografica. Ma che alla fine sono stati trasmessi a molte altre persone, anche giovani, affascinate dai valori del grande Felice. La bellezza dei paesaggi, della natura, delle persone e delle piccole cose. Felice aveva un pallino in effetti. Ed era «l’abitudine a guardare e fotografare la natura - come ci raccontò lui un giorno - Lo dico sempre ai giovani: le foto servono molto ad apprezzare il mondo e a vederlo per bene. Perché se guardate in giro i fiorellini che vengono su, magari non ci fate caso e li calpestate. Ma se li prendete uno a uno, lì sì che ne vedete la meraviglia. Anche il più piccolo fiore è una meraviglia ma bisogna saperlo guardare».
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