Il Tirreno

Grosseto

Predatori, produzione di latte a meno 10%

di Fiora Bonelli
Predatori, produzione di latte a meno 10%

Il presidente del Caseificio di Manciano: «Situazione pesantissima, anche sul piano psicologico». E continuano gli attacchi

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MANCIANO. I predatori aumentano e il latte di pecora diminuisce. Una diminuzione del 10 per cento a confronto dello stesso periodo gennaio-febbraio 2014; dai 20 ai 30 quintali se valutati in numero. E poi abbandono dei pascoli e spese a non finire per lo smaltimento. Sensazione di resa fra gli allevatori.

La guerra dei predatori contro le sempre meno aziende di allevamento in Maremma è ormai quotidiana e i resti delle pecore uccise sovente vengono portate al cimitero del caseificio di Manciano per lo smaltimento dove i soci spendono assai meno.

Carlo Santarelli, presidente del caseificio, da tempo segnala la diminuzione del latte conferito dai pastori: «La diminuzione del latte, è ovvio, non dipende solo dalle predazioni – dice –. C’è stata l’annata nera delle alluvioni, ma le predazioni ci mettono del loro. Diminuzione del latte in picchiata, un meno 10 in percentuale. La situazione è pesantissima, anche sul piano psicologico. Un quadro, al momento, reso ancor più drammatico dal silenzio venatorio, perché, non sentendosi più minacciati dai cacciatori, i predatori sono tornati all’attacco».

Uno di questi predatori nei gironi scorsi ha sgozzato due pecore e due agnelli a Fernando Tizzi, del podere Bacciolino di Pian di Palma a Saturnia, fra i pastori storici del territorio, da anni in trincea per far passare il concetto che «lupi e pecore non possono coesistere». Ma Tizzi è anche uno di quelli che non ha voluto prendere nemmeno uno strumento di protezione suggerito dai progetti Ibriwolf e Medwolf.

«Io guardo il gregge a vista– spiega – lo tengo sotto casa, la notte lo rimetto. Sabato scorso, mentre ero al capanno, ho visto il gregge tornare sbrancato. Un vicino mi ha avvertito che doveva essere successo qualcosa. E infatti, alle 10 di mattina, il predatore, praticamente sotto i miei occhi, aveva fatto in tempo ad agguantare alla gola due pecore e a sbranare un paio di agnelli. Di questi ultimi non è restato nulla, ma le due pecore, agonizzanti, hanno resistito fino a venerdì. Poi sono morte».

Al caseificio di Manciano dove Tizzi ha portato le carcasse, tutti i giorni c’è qualche pecora da smaltire. «Io – spiega Tizzi – non ho preso alcuna misura difensiva. Le giudico offensive per i pastori e devastanti per l’ambiente. Penso, invece, che bisognerebbe fare una selezione dei territori, quelli da pecore e quelli da lupi. Mio figlio è andato a fare il muratore. Peccato. L’azienda c’era».

A proposito di smaltimenti il quadro attuale tanto preoccupa gli allevatori. Uno di loro, Virgilio Manini, da tempo propone di alleggerire le pratiche burocratiche per creare anche altre realtà simili al centro del caseificio di Manciano. «Le possibilità al momento sono tre – spiega –: smaltimento per incenerimento in aziende specializzate, che vengono, prendono i capi e li portano via per 200-250 euro a capo; centro di Manciano, dove ognuno di noi porta il capo da smaltire per 25 centesimi al chilo, e si risparmia parecchio; cimitero aziendale, quello che l’allevatore si fa a casa col metodo dell’interramento, ma per attivarlo ci vuole un appezzamento di terreno, la relazione geologica e un escavatore. Invito dunque la Provincia a snellire le pratiche per agevolare la creazione di situazioni come quelle di Manciano».

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