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Rotture improvvise dell’acquedotto, il nemico sono le frane

di Francesca Ferri
Rotture improvvise dell’acquedotto, il nemico sono le frane

I tubi sono vecchi ma il vero guaio è il movimento del terreno. Ogni anno persi 30 milioni di metri cubi d’acqua Il presidente del Fiora: «Risolvere il problema del dissesto idrogeologico non compete a noi»

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GROSSETO. Tutta colpa di frane e smottamenti. Sono i movimenti del terreno, più che la vecchiaia dei tubi, che Acquedotto del Fiora mette sul banco degli imputati per le continue rotture improvvise alla rete di distribuzione dell’acqua in provincia di Grosseto. Rotture che ogni anno fanno perdere per strada tra il 40 e il 50 per cento dell’acqua emessa, un “lago” di 30 milioni di metri cubi (dati dell’Acquedotto del Fiora).

I numeri parlano chiaro: nelle tre dorsali – cioè le grosse arterie portanti, con diametro da 40 a 80 centimetri – che dall’Amiata portano acqua nei comuni di Siena e Grosseto, nel 2007 ci sono state nove rotture improvvise, nel 2008 dieci, l’anno dopo venti. Negli anni successivi rispettivamente quindici, dieci, dodici e ventuno. Nel 2014 ce ne sono state ventiquattro.

Dal 1º gennaio a oggi, cinquanta giorni in tutto, le rotture improvvise dei tubi dell’acquedotto sono già nove e tutte in provincia di Grosseto (cinque sulla dorsale Arbure e quattro sulla Fiora). Un pessimo segnale per la rete idrica grossetano-senese, ottomila chilometri di tubi – la distanza in linea d’aria tra Grosseto e Pechino – praticamente un colabrodo.

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Quel che balza agli occhi, però, oltre all’aumento delle rotture in assoluto, è che a “fare acqua” letteralmente è soprattutto la rete grossetana, con le sue due dorsali Fiora e Arbure (in tutto 311 chilometri), mentre la dorsale Vivo, che serve la provincia di Siena, si rompe meno; ad esempio nel 2010, 2011 e 2012 non si è mai rotta. E non solo.

L’altro dato che dà da pensare è che la rete in provincia di Siena ha in media cento anni, mentre le dorsali nostrane, seppur ormai ben oltre quella che per i tecnici è la “vita utile”, sono più giovani: l’età media è di sessant’anni. Insomma, a quanto pare non è o, per meglio dire, non è solo la vetustà dei tubi a metterli ko.

«Oltre a invecchiare, la dorsale Fiora è sottoposta a forti e non consuete sollecitazioni dovute all’instabilità geomorfologica che provoca alcune delle frequenti rotture», spiega l’ingegnere Lorenzo Pirritano, direttore operazioni di Acquedotto del Fiora. I tubi sono interrati a un metro, un metro e mezzo. Quando c’è una frana il terreno che viene giù trascina tutto. Nonostante siano d’acciaio, i tubi non possono reggere. E il versante grossetano, ahinoi, per il tipo di sottosuolo pare più suscettibile alle frane rispetto a quello senese.

«Per evitare le rotture si dovrebbe prevenire il dissesto idrogeologico», dice semplicemente il presidente di Acquedotto del Fiora Tiberio Tiberi.

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Dopo il picco di rotture del 2009, l’allora prefetto di Grosseto convocò un tavolo tecnico per studiare il fenomeno e come contrastarlo. Fu redatto un documento e furono segnalate le situazioni più critiche: ventuno frane si stavano attivando e richiedevano intervento immediato. Si stimò che per mettere in sicurezza solo queste servivano 5,4 milioni di euro. Si badi bene: solo per metterle in sicurezza, non per risolvere il problema.

«Per sostituire i 311 chilometri di dorsali grossetane si stima che servirebbero 150 milioni di euro», spiega Pirritano. Racimolarli attraverso le bollette è fuori discussione: servirebbe un aumento del cinquanta per cento per sette anni. Impossibile.

«E comunque – dice Tiberi – non compete all’Acquedotto del Fiora risolvere il problema del dissesto idrogeologico».

A chi compete? Il presidente e l’ingegnere accennano un sorriso e alzano le spalle. «Quel che facciamo noi – spiega Tiberi – è essere tra le aziende con la più alta quota di investimenti pro capite».

Nel 2014 l’Acquedotto ha fatto investimenti per 24 milioni di euro e speso in manutenzione 26 milioni. Solo per la sostituzione delle valvole ha speso 3,3 milioni di euro. Nelle due province sono operativi 140 tecnici addetti agli interventi; trenta, ogni notte, sono di turno. Ma questa mole di lavoro e denaro non basta.

«Il problema è che siamo l’Ato più grande dopo quelli che coincidono con le regioni, cioè Sardegna, Puglia e Basilicata – spiega Tiberi – ma abbiamo pochi utenti, perché il territorio è sì vasto ma poco popolato». Quindi non si può rimettere in tariffa il costo delle sostituzioni dei tubi.

L’Acquedotto sta cercando di far inserire il problema dei danni alla rete causati dal dissesto idrogeologico nell’agenda regionale per ottenere dei fondi. «La priorità della Regione però è risarcire i danni in superficie, quelli causati ad esempio dalle alluvioni», dice Tiberi. E anche bussare al ministero dell’Ambiente finora non ha dato risposte. L’ultima richiesta di finanziare progetti contro il dissesto risale a sei mesi fa. Ma da Roma tutto tace.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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