Sicurezza
L'intervento: "Testimoni e non testimonial, così si agisce nel nome di tutti"
GROSSETO. Quella che aveva scelto me si chiama leucemia. Quella di Niccolò, linfoma. Hanno nomi dolci, queste malattie invisibili. Nella loro radice etimologica c’è il bianco (in greco leukòs), lo splendore della luce; e c’è l’acqua limpida (in latino lympha), che scorre e dona vita. Hanno nomi di speranza. E invece di professione uccidono.
Uccidevano, preferiamo dire noi, anticipando col verbo all’imperfetto il sogno concreto di un futuro perfetto. Perché ormai da molti anni contro questi assassini silenziosi si è attrezzato un esercito capace di fermarli e spesso di sconfiggerli. Un esercito non meno silenzioso e non meno determinato del suo nemico.
Oggi di malattie come linfomi e leucemie si muore molto meno che in passato.
Se questo accade è perché ci sono schiere di ricercatori che le pedinano senza sosta, quei famosi “cervelli” che proprio in Italia abbondano in misura inversamente proporzionale al valore economico e sociale che l’Italia riconosce loro.
Se questo accade è perché ci sono medici bravissimi e infermieri valorosi, che in Italia abbondano in misura direttamente proporzionale agli sprechi, alle ruberie e ai conseguenti tagli agli strumenti che l’Italia mette a loro disposizione.
Se questo accade è perché esistono associazioni che ogni giorno lavorano per informare e raccogliere soldi; e tanti cittadini che si informano e danno soldi, sostituendo così il volontariato a quello che le istituzioni dovrebbero fare per mestiere.
Se questo accade è perché esistono tante, tantissime persone che una mattina si svegliano e decidono di dare un pezzettino di sé _ sangue, midollo, cellule staminali... _ in cambio della vita di un altro. La vita di uno sconosciuto.
Personalmente, scelto nel 1996 da una leucemia, devo la vita a questo esercito: ai ricercatori, ai medici e agli infermieri della sanità pubblica, all’Ail che sosteneva un reparto all’avanguardia dentro un ospedale pubblico, all’Admo che promuoveva la donazione del midollo osseo. Ma soprattutto all’unico soggetto di questa mia storia al quale non so dare un nome e un volto: una ragazza lombarda (all’epoca aveva 18 anni) che un giorno si sottopose a un prelievo e fece iscrivere i suoi dati nel registro donatori. È il suo midollo che mi hanno trapiantato; il suo midollo da diciotto anni è per me linfa e luce.
Malattia, cura, guarigione o morte: non sono concetti astratti, ma nomi, cognomi, storie, famiglie, comunità. E il videoappello di Niccolò di questa carne, di questa verità, è una narrazione straordinaria. Chiunque abbia vissuto o viva un’esperienza simile, in quei volti _ in quelle voci, in quelle parole, in quei sorrisi così sinceri da non nascondere la sofferenza _ specchia la sua personale vicenda, può liberarla dal guscio dell’indicibile privato e condividerla con serenità.
Ma c’è di più. Quella di Niccolò è la famiglia di tutti, gli amici sono quelli che tutti hanno. . Quella di Niccolò è una storia di tutti, anche di chi la malattia non la conosce né l’ha conosciuta. L’appello di Niccolò non è per il bene di Niccolò, ma per il bene di tutti. L’appello di Niccolò racconta di un male privato, ma anche dell’intero esercito che contro quel male lavora: medici, associazioni di volontariato, donatori. Niccolò e la sua “grande famiglia” di tutto questo non sono testimonial, ma testimoni. E moltiplicata dalla potenza della Rete e dei social, la forza dei testimoni sa essere virale, contagiosa senza pari.
L’azione di Niccolò spingerà tantissime persone a informarsi e a diventare donatori. Per lui, a prescindere da lui. Così, non più malato, Niccolò è donatore. Così, prima o poi, abiteremo quel futuro perfetto nel quale di questi mali potremo parlare all’imperfetto.
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