La manifestazione
«Assolvete Schettino» Arringa, l’ultimo atto
Udienza fiume per i difensori, le repliche slittano a oggi
GROSSETO. Francesco Schettino va assolto da tutto, le aggravanti come quella della colpa cosciente (la previsione dell’evento) non sussistono, la continuità tra i quattro reati contestati va comunque riconosciuta. Sintesi brutale di un’udienza-fiume, imprevedibilmente lunga o comunque dai tempi enormemente dilatati. Doveva essere l’ultima, quella di ieri. E ieri erano già arrivate molte più troupe del solito. Doveva essere l’atto finale, doveva parlare anche l’imputato. Invece l’udienza 68 sarà seguita almeno dall’udienza 69, oggi, e il presidente Giovanni Puliatti spera «di arrivare a decisione mercoledì», non potendo limitare in nessun modo gli interventi.
Non ha potuto limitare l’intervento-bis dell’avvocato Donato Laino (durata 5 ore, dopo il primo da 12 ore), che ieri ha finito alle 20,40. Maxi processo, maxi requisitoria, maxi arringa «a oltranza»: «Capirà, signor presidente: di fronte a una richiesta di 26 anni...». C’è da rintuzzare anche «il dileggio». Secondo Laino, la continuazione deve essere riconosciuta e in tal senso il collegio è invitato a riformulare il capo di imputazione, considerando come più grave il naufragio. Se Pepe chiede l'assoluzione per gli omicidi colposi e il minimo per il naufragio, con l'esclusione delle aggravanti, Laino rimarca che «naufragio e omicidi sono legati da un'unica azione». In subordine, le attenuanti generiche per il naufragio nonché il minimo, con la continuazione con gli omicidi colposi». Per l'abbandono della nave, il difensore ritiene che non vi sia l'elemento psicologico, cioè il dolo, la volontarietà, perché il comandante non scelse di scendere ma fu indotto dall’inclinazione, e chiede una pronuncia ai sensi del secondo comma dell'articolo 530; e comunque che questo reato debba essere considerato in continuazione con l'abbandono di persone incapaci, previo riconoscimento delle attenuanti generiche.
La giornata inizia con Schettino febbricitante ma presente e operante al computer in ausilio ai suoi legali. Inizia con l’altro difensore del comandante, Domenico Pepe. Che al termine della sua arringa (poco più di 3 ore) sollecita l’assoluzione di Schettino dalla contestazione dell’abbandono della nave perché c’è «una chiara e netta interruzione del nesso di causalità con la morte dei passeggeri». Secondo il legale, non possono non essere concesse le attenuanti generiche «e devono essere prevalenti», in considerazione del comportamento «pre-processuale e processuale». Perché «si tratta di un incidente, di uno di quei maledetti incidenti che possono capitare a chi va per mare». E invoca l'applicazione dei minimi edittali. Pepe sollecita il collegio: «Siate obiettivi, vi prego». Si scaglia contro le «esasperazioni di ogni tipo», contro «l'immane pressione mediatica, una situazione organizzata, voluta. I mass media ci hanno tolto il respiro». E poi: «Perché l'arresto immediato per Schettino, subito dopo il naufragio, per un fatto colposo? Cosa sapeva la Procura che noi non sapevamo?». Contro chi ha voluto dipingere Schettino come un criminale dice: «Schettino è una persona per bene. Non si è mai sottratto, ha risposto in 180 pagine al gip, ha risposto con 40 ore di interrogatorio qui in Tribunale». Non solo il comandante non ha mai mentito ma si è anche «autoaccusato dal primo momento» per non essere riuscito a salvare tutti. «Come fa a essere l'unico responsabile di una vicenda di questo tipo? Con 1.200 membri di equipaggio? Si è voluto creare un romanzo».
E quello di Domnica è stato secondo Pepe «uno schifo di gossip. Se fosse stata abbracciata a lui in quel momento, avrei capito: ma era fuori dalla porta. Una cosa indegna, da parte dei media». Fine? No. Ce n’è anche per Gregorio De Falco. «Mettere giù le ancore a un chilometro dalla costa, come pretende la Procura, avrebbe significato uccidere quelle 4.500 persone». Perché quelle di Schettino «sono state decisioni giuste», senza ritardo, decisioni prese da un uomo che naviga e non da chi è seduto alla scrivania: e con queste parole si riferisce al capitano di vascello De Falco. E più avanti parla delle due telefonate dell’ufficiale, nelle quali si inserisce la chiamata di Schettino che alla capitaneria segnala che le imbarcazioni di salvataggio erano nel punto sbagliato" (alle 0.30). Allora «De Falco si inviperisce, per questo motivo telefona e non fa parlare il comandante»: ed ecco spiegati i toni aggressivi.
Critiche anche all’ex procuratore capo Francesco Verusio per le modalità con le quali non era stato accertato il patteggiamento («avevamo proposto 4, 5 anni al massimo») e per il sequestro di casa Schettino a Meta di Sorrento. «Non è vero che lo sbandamento ha impedito l’ammaino delle scialuppe, l’abbiamo dimostrato». Mentre secondo Laino la Procura non ha portato le prove che seguendo le sue modalità non ci sarebbero stati morti. «Inaccettabile» per Laino contestare l’aggravante per la violazione delle norme antinfortunistiche: non spettano al comandante. E il riconoscimento della colpa cosciente voluto dalla Procura «ha tante implicazioni, anche lavorative - dice Laino - Significa metterci una pietra sopra. Significa che quest'uomo, quando avrà risolto il suo caso, non potrà fare nemmeno l'istruttore in un centro. Quasi come un dolo, come a dire “questo è inaffidabile”».
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