Il Tirreno

Grosseto

Laino: «Quei ventisei anni richiesta imbarazzante»

di Pierluigi Sposato
Laino: «Quei ventisei anni richiesta imbarazzante»

Il difensore di Schettino contro la Procura: «Ha cancellato le prove a favore, agli altri ufficiali che hanno patteggiato è stata riconosciuta la continuazione»

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GROSSETO. «Se non ci fossero i morti - dicono i giornalisti della sala stampa - questo sarebbe un processo tutto da gustare». Purtroppo, però, il processo per il naufragio della Concordia è anche e soprattutto il processo per i 32 passeggeri che non uscirono vivi dalla notte del 13 gennaio 2012.

E questa è la realtà con cui gli organi di informazione sanno bene che occorre fare i conti a ogni udienza (ieri la 67ª - la fine si avvicina, è prevedibile per la prossima settimana, ma non è ancora precisabile nella data), al di là di ogni pruriginosa curiosità su Domnica e di ogni polemica extraprocessuale. Però non può passare in secondo piano il fatto che sul palco del Moderno i protagonisti siano quasi tutti napoletani; e che parlino tutti napoletano, al limite il genovese o il milanese. Anzi, è difficile immaginare un processo del genere in cui risuonino dialetti differenti. E l’eloquio partenopeo, accompagnato da variazioni di voce, citazioni, movimenti, non poteva che essere il miglior sottofondo anche allo scontro tra accusa e difesa. Che anche ieri è andato in scena. Sempre con lo stesso obiettivo: la difesa cerca di smontare le accuse, cerca di ridurre la portata del comportamento di Francesco Schettino facendo risaltare le responsabilità altrui, cerca di scongiurare la richiesta di carcere immediato («lo si vuole buttare in una cella fetente»).

Scelta suicida o no? Ancora pochi giorni (il collegio potrebbe entrare in camera di consiglio la sera di lunedì, al massimo martedì) e sapremo se la scelta di Schettino di affrontare un dibattimento sarà stata suicida, come sostiene la Procura, o in parte salvifica, come sostiene la difesa. L’avvocato Donato Laino, il primo dei difensori del comandante, chiude la sua arringa (7 ore giovedì, quasi 5 ieri) sfidando la Procura: «Il pubblico ministero per chiedere 26 anni di carcere deve dimostrare che non sarebbe morta nemmeno una persona se il comandante avesse messo tutti a mare subito. Perché se ne fosse morta anche una, non si è dimostrato niente. Non si può chiedere 26 anni e tre mesi senza una prova di questo tipo. Me lo devi dimostrare con una probabilità prossima alla certezza che, facendo come dice il pubblico ministero, si sarebbero evitati 32 morti. Chi dà questa sicurezza alla Procura? Forse il Padreterno?». Per la difesa, anche 7 anni sarebbero troppi, forse anche i 3 anni e 4 mesi del patteggiamento proposto.

«Giudici in imbarazzo». Laino ritiene che la richiesta di 26 anni abbia messo i giudici in difficoltà. Occorrere «decidere in base alla giustizia, alla verità, altrimenti si crea imbarazzo alle Signorie Vostre». Anche perché la Procura non riconosce a Schettino la continuazione tra reati colposi e dolosi che invece i pm di via Monterosa hanno invece accordato agli altri imputati che hanno patteggiato: e snocciola i nomi di Ciro Ambrosio, Silvia Coronica, Jacob Rusli Bin, citando per ciascuno il passaggio della sentenza del gup Pietro Molino che indica «ai sensi dell’articolo 81 del Codice penale...», dove l’articolo 81 è quello della continuazione. A Schettino no e agli altri sì? «Ci sono due trattamenti di pena? E' un altro processo?».

«Due pesi e due misure». Laino fa le pulci alle pene concordate. Secondo il difensore, anche per Ambrosio, ufficiale di guardia quella notte, «sono stati fatti due pesi e due misure». Perché l'ufficiale ha patteggiato 1 anno e 11 mesi per la cooperazione colposa nel naufragio e nell'omicidio colposo (i 32 morti, appunto): «E si chiedono 26 anni e 3 mesi per il comandante? C'è qualcosa che non va». Dalle carte è emerso, argomenta Laino, che Ambrosio «è uno che si distrae». E il comandante arrivato in plancia aveva ricevuto «la patata bollente che era la rotta in ritardo». Ambrosio conservava comunque la titolarità della guardia anche se Schettino aveva detto «I take the conn». Schettino non aveva l'obbligo giuridico di informarsi arrivato in plancia e di chiedere: «Guaglio', mi state facendo passare nu ’uaio?», ma aveva «un mero ruolo rappresentativo». «E Ambrosio si è meritato le attenuanti per aver attenuato le conseguenze del danno?». Secondo Laino ha «enormi responsabilità» e «non ci ha detto tutta la verità, ha mentito al pm».

«Prove a favore cancellate». Non solo il difensore reclama l'aderenza ai fatti seguita nella propria ricostruzione, mentre quella della Procura «è totalmente errata, fallace, priva di riferimenti» ma scava ancora più in fondo. E alzando il tono della voce dice: «La Procura ha cancellato le prove a favore di Schettino. Il comandante non indugiava, anzi esortava!». I pm hanno archiviato la posizione dell K2 Roberto Bosio che, aggiunge Laino, «come apriva bocca combinava guai», e che invece fu premiato per aver dato l'ordine di abbandono nave. A questo punto si sente in aula la voce del sostituto procuratore Alessandro Leopizzi («lo doveva dare lui!» riferito a Schettino), ripreso dal presidente Giovanni Puliatti che ieri ha richiamato due volte anche i giornalisti per aver alzato troppo la voce nel foyer adibito in sala stampa alle spalle della galleria, dove l’acustica evidentemente fa brutti scherzi. Bosio doveva andare a vedere la falla e invece mandò Giovanni Iaccarino che doveva controllare il sistema Napa. «Nell'attività contestata a Schettino di 'criminale ritardo' questo comportamento si inserisce o no? Non vogliamo la testa di Bosio, brav'uomo, ma dobbiamo riequilibrare le contestazioni!».

«Qualcuno aveva paura». Le colpe sono anche degli altri, la colpa è del sistema organizzativo che non ha funzionato, la colpa non è tutta di Schettino. «Qualcuno aveva avuto paura in plancia», come lo stesso Ambrosio che urla un ordine, come il timoniere indonesiano Jacob Rusli Bin. Perché se prima questi aveva fatto «errori di ascolto» quando il comandante ordina «port» lui sbaglia «per valutazione». In altre parole «mette in dubbio l'efficacia della manovra, Rusli Bin pensa che Schettino gli stia facendo fare la manovra sbagliata. E allora l'ipotesi è che in plancia si siano spaventati».

«Informazioni vitali». Ce n’è anche per Salvatore Ursino, l’ufficiale stagista, anche lui stralciato. «Non aveva detto al comandante che aveva due informazioni importanti: che sul lato sinistro c'era Canessa; e che c'erano almeno cento persone sul lato sinistro». Secondo il difensore, Schettino avrebbe potuto riferire queste informazioni a chi coordinava i soccorsi. «E' un informazione vitale». La reticenza di Ursino e lo scollamento di informazioni «sono costate a Schettino le accuse di abbandono nave e di persone incapaci».

La consapevolezza di Schettino. Perché sia giudicato responsabile, la condotta di Schettino va basata sulla consapevolezza. E a lungo Schettino quella notte non era consapevole e dette certe informazioni perché era convinto che la sua manovra fosse riuscita e che non ci fossero state interferenze. Così alle 21.58 era convinto che stesse entrando acqua da poppa perché pensava che lo squarcio nella nave si fosse aperto più dietro. «Non c'era interesse a mentire», aggiunge il legale a proposito delle false comunicazioni alle autorità. «L'uomo di azienda pensa a oggi, a domani, a dopodomani». E la stessa questione del rimorchiatore da richiedere è stata trattata come «una barzelletta», mentre è chiaro che il comandante pensava prima a mettere in salvo i passeggeri. Se tutti avessero portato le loro informazioni, «Schettino non si sarebbe fatto un erroneo convincimento». Quando Schettino telefonò a Roberto Ferrarini, «disse tutto ciò che sapeva e lo riconoscono anche i carabinieri». Solo da quel momento in poi si può parlare di una consapevolezza. In questa vicenda domina «un'enorme confusione», perché il succo è che quella notte «mancarono la comunicazione e la proprietà di linguaggio».

Colpa d’autore. Perché «Schettino ha una colpa d'autore, la colpa di essere il comandante Schettino».

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