Attenzione
«Schettino non mente Isolato dalla Procura come unico imputato»
L’arringa dell’avvocato Laino difensore del comandante Che al pc è stato il regista di audio e video proiettati
GROSSETO. Uno in piedi per sette ore, con le carte in mano. Uno seduto per lo stesso periodo di tempo, con il mouse stretto nella destra e lo sguardo diviso tra il pc e lo schermo del Moderno. La mente (e la voce) e il braccio (a colpi di clic). Ma no, Francesco Schettino è anche la mente. Se Donato Laino parla, e parla in quel modo nell’arringa, è anche perché il comandante lo ha indirizzato, consigliato, istruito su aspetti e tecniche dell’arte marinaresca. L’avvocato lo ha detto più volte che il suo miglior consulente è l’imputato. È stato sempre così, l’udienza 66 non fa eccezione.
Schettino “regista” della mole di slide, video, audio che vengono proiettati in aula per cercare di discolparlo. Per lui è il momento della rivincita, seppur temporanea. Della rivincita sulle dichiarazioni della Procura che lo ha dipinto come «idiota», come «criminale». Un passaggio irrinunciabile, che va oltre al normale contraddittorio tra accusa e difesa. Laino, che parla per primo, ha il compito con il collega Domenico Pepe innanzi tutto di abbassare l’asticella rispetto alla maxirichiesta della Procura (26 anni) e poi di scongiurare l’ipotesi di arresto immediato. Così le espressioni forti, le frasi in partenopeo verace, le impennate della voce assumono un significato anche maggiore. È o non è il processo per il naufragio del secolo? E allora Laino - che ha con sé anche il figlio, spettatore in aula - parte a testa bassa. Proprio contro la Procura che ha voluto ritagliare su Schettino l’abito dell’unico colpevole.
«Schettino non mente». Il difensore spende molte parole per la “riabilitazione” di Schettino «dall'attività di dileggio» secondo lui messa in atto dalla Procura. Esamina ora e data di apertura del file audio della telefonata De Falco-Schettino (quella del «vada a bordo c...!») per chiedere che fine abbia fatto l'inchiesta della Procura per la fuga di notizie in merito. Per ricordare che da quelle parole pronunciate dall'ufficiale della sala operativa della Capitaneria di Livorno e diffuse e amplificate in tutto il mondo era nato il processo al «comandante codardo» piuttosto che a quello sul naufragio della Concordia. Lamenta che le indagini non siano state fatte a 360 gradi perché le valutazioni di Mario Terenzio Palombo sul comandante erano anche e soprattutto positive («scrive “è umile”») e perché altre posizioni sono state lasciate sullo sfondo. Ritiene gravissimo – e lo fa con toni forti e coloriti – che nell'incidente probatorio non sia stato convocato il timoniere Jacob Rusli Bin, iscritto nel registro degli indagati solo il 22 agosto 2012, quando invece la sua posizione è centrale a giudizio di Laino per la dinamica degli eventi.
Isolamento processuale. Schettino è stato messo «in una posizione di isolamento processuale, è stato ghettizzato processualmente» dalla Procura, mentre altri sono stati «premiati». Come ad esempio il K2 Roberto Bosio, di cui il difensore analizza - criticandole - le motivazioni della richiesta di archiviazione. Polemicamente, osserva che la Procura non ha mai usato le parole «manovra di emergenza» come se la sequenza ravvicinata di ordini fosse qualcosa di diverso.
«Lui è uno che studia». «Schettino non è un criminale, uno che dice solo 'va buo', che si gratta la pancia e telefona a Ferrarini: è uno che studia». Perché se la nave galleggia, la nave è la migliore scialuppa di salvataggio. E questa è la cultura marinara che Schettino applica con 4.000 persone a bordo. Attende a dare il segnale di emergenza perché la nave è la scialuppa più sicura. «Solo quando ha sentito che la nave stava morendo sotto i suoi piedi ha preso le sue decisioni». Critiche alle affermazioni del direttore di macchina Francesco Anziani, «preso come fonte dalla Procura ma che non sapeva quali erano i compartimenti. Forse è stato preso a esempio solo per la battuta del belin».
Attacco a Domnica. Dalla Procura, Laino invoca «prove, fatti, non interviste prese dalla tv» per giustificare i 26 anni di condanna richiesti. Perché i pm prima dicono che è sufficiente il Vdr e poi cercano conforto nelle testimonianze, interpretandone le parole: «La Procura è in contraddizione con se stessa». E poi ne ha per Domnica Cemortan (mai indicata espressamente, solo citata come «la signorina»): la ritiene non credibile. Specialmente quando si viene a dire che «Schettino ha fatto rallentare la nave perché la sua ospite doveva gustare il dessert: cioè Schettino come un farfallone che tiene a disposizione la nave. Ma stiamo scherzando?». Il difensore respinge la raffigurazione di Schettino come «il Corsaro nero alla conquista del Giglio», come un pirata ottocentesco. E invita i giudici a tenere in considerazione «non il contorno» ma il «piatto forte» della vicenda.
«La manovra giusta». Ripercorrendo l’incidente probatorio, trova nelle parole del capo dei periti del gip, Giuseppe Cavo Dragone, le parole che scagionano il comandante o quanto meno ne giustificano il comportamento («fece la manovra giusta»). Perché Schettino «non è un pazzo che va girando per i mari italiani cercando scogli e cercando di evitarli. E' un professionista che sta risolvendo un problema. Ed è l'unico che se ne accorge». Poi, però, fa notare Laino, «c'è l'interferenza dell'errore del marinaio che ha vanificato l'unica manovra possibile»: 19 metri di distanza e «il danno non sarebbe stato equivalente». Il difensore cita il perito Mario Maestro che all'incidente probatorio aveva ammesso che qualcosa la pompa avrebbe potuto fare («anche un bicchiere in più - dice il difensore - ha contribuito allo sbandamento della nave»). E poi lamenta la disparità di trattamento: «Sono stati concessi patteggiamenti risibili, rispetto alla richiesta di 26 anni e tre mesi e rispetto alla richiesta di archiviazione di Bosio. Noi vediamo un disegno, un isolamento di Schettino, messo da solo di fronte a questa immane tragedia, che per noi rimane un incidente. Di organizzazione, di sistema».
L’interferenza di Ambrosio. L’ultimo affondo della giornata è per Ciro Ambrosio: «Ambrosio non capisce le manovre di Schettino, pensa che la nave vada sull'isola. Pensava che l'ostacolo fossero gli scogli non il basso fondale. Eppure Ambrosio era davanti al radar e vedeva. La sua è un'interferenza gravissima». Secondo Laino, l'accostata era già iniziata, e da ben quattro minuti. E nessuno disse niente a Schettino: «Se ne stavano tutti lì come mamozi» (è un'espressione di Totò, per dire fermi, muti). Se Ambrosio ha sulle spalline dei gradi, questi sono «gradi di incapacità. Io non so se Schettino è responsabile. So che ha delle responsabilità, ma ne ha una quota. Ma è quota, non è tutta la torta, le fette sono tante».
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