Il Tirreno

Grosseto

A fine settembre un compleanno molto speciale

di Sara Landi

GROSSETO. Dieci anni fa, il 21 gennaio 2005, si costituiva di fronte al notaio la Fondazione Il Sole. Dieci anni dopo il sogno dei fondatori non si è tradotto solo nella struttura di viale Uranio 40...

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GROSSETO. Dieci anni fa, il 21 gennaio 2005, si costituiva di fronte al notaio la Fondazione Il Sole. Dieci anni dopo il sogno dei fondatori non si è tradotto solo nella struttura di viale Uranio 40 con la casa famiglia e il centro sociale che è il cuore pulsante di tutte le attività: la Fondazione ha soprattutto il volto dei ragazzi che la frequentano e che vivono la città oltre agli spazi della struttura, dei suoi operatori e dei tanti volontari. I mattoni della casa e i sorrisi dei ragazzi, e come collante la generosità dei grossetani che sono stati sempre vicini alla Fondazione.

«Sono dieci anni passati velocissimi – esordisce il presidente Massimiliano Frascino - di strada ne abbiamo fatta davvero tanta. I lavori per la casa famiglia sono cominciati nel novembre 2007, le attività che sono il cuore vero della Fondazione sono partite all’inizio del 2010. Abbiamo fatto un percorso accelerato dal punto di vista umano e delle competenze: nessuno di noi aveva alle spalle esperienze di progettazione o di erogazione di servizi ma avevamo in comune un bisogno e dalla nostra parte il sostegno delle istituzioni e di una intera provincia».

Dieci anni di continua crescita, come dimostrano i numeri del bilancio.

«Il 2014 si è chiuso con 360mila euro di uscite. Il bilancio preventivo 2015 lo avremo ad aprile ma viaggiamo sui 500mila euro. Parlo spesso di numeri sia per trasparenza verso chi ci sostiene (imprese e privati con le loro donazioni) ma anche perché dà l’idea del nostro trend di crescita. Altro dato importante è quello delle persone che aiutiamo: nel 2014 sono state 110 a cui vanno aggiunti i 14 ospiti della casa famiglia. Per tutte queste persone abbiamo acquisito un know how importante rispetto soprattutto al loro bisogno di socializzazione. Lo scopo principale è superare l’isolamento, farli stare in mezzo agli altri e acquisire competenze relazionali».

Quale nuova sfida si pone?

«Il problema è che stiamo crescendo troppo velocemente rispetto alla sostenibilità economica delle nostre attività. Anche se possiamo contare su una rete di aziende la combinazione tra il perdurare della crisi e la riduzione delle risorse pubbliche ci spingono sempre più verso il modello delle charity straniere che si basano sul fundraising. Bisogna farcela da soli anche perché negli anni è cresciuta la consapevolezza delle famiglie che sono diventate più esigenti. Togliere una persona disabile dall’isolamento significa tante cose belle: meno famiglie che si spaccano per il peso di queste situazioni, minor uso di psicofarmaci e minor ospedalizzazione, più autonomia, più benessere per tutti. In prospettiva i bisogni e le aspettative delle famiglie crescono, non diminuiscono e le risorse sono sempre scarse rispetto a questi bisogni. Questo perché inizialmente ci si poneva solo il problema del “dopo di noi”, del cosa succede a un disabile quando vengono a mancare i genitori, da un po’ di tempo si ragiona anche in termini di “durante noi” e di come garantire autonomia a chi non è autosufficiente quando ha ancora la famiglia».

La Fondazione fa parte da due anni del Dipoi, coordinamento toscano delle associazioni e delle fondazioni che si occupano del durante e dopo di noi. Che contributo date?

«Siamo da un paio di anni nel coordinamento, è un’esperienza di scambio di buone pratiche e il nostro viene considerato un modello avanzato a livello regionale perché progettiamo servizi e siamo in grado di sostenerci economicamente. Ammesso che abbia mai funzionato, non ci si può più affidare alla delega al pubblico e l’unica strada è quella di acquisire una logica da imprenditori».

Siamo di fronte a un cambiamento culturale nell’approccio alla disabilità?

«La logica che dobbiamo superare è quella della “sanitarizzare” la disabilità. La patologia non identifica una persona, è una condizione di vita. Perciò le nostre attività mirano all’integrazione e alla socializzazione».

Anche a livello regionale e nazionale ci sono segnali positivi.

«A gennaio dopo 13 anni di buio totale c’è stata un’importante conferenza regionale sulla disabilità voluta dall’assessore al welfare (e vicepresidente della Regione) Stefania Saccardi. Ci si è occupati di tutti gli aspetti della disabilità, dalla scuola all’inserimento lavorativo al durante e dopo di noi. Saccardi ha promesso una delibera ad hoc con più risorse e strumenti per il dopo di noi. Quanto al Parlamento, dovrebbe approdare in aula entro marzo la proposta di legge sul dopo di noi della relatrice Elena Carnevali, deputata Pd in commissione affari sociali».

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