Il Tirreno

Grosseto

«Il cromo viene dal cemento del pozzo»

«Il cromo viene dal cemento del pozzo»

Arpat risponde alle domande del Forum Ambientalista sui nuovi dati dell’inquinamento della piana di Scarlino

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SCARLINO. «Nella piana di Scarlino non vi è inquinamento da cromo esavalente, i valori rilevati su tre pozzetti sono stati dovuti alle modalità di realizzazione dei pozzetti stessi e sono naturalmente scomparsi. Non è mai stato riscontrato inquinamento da cromo VI sulla falda».

L’Arpat risponde alle domande poste dal Forum Ambientalista e sollecitate ieri dal Tirreno per chiarire alcuni punti della nuova denuncia che il Forum ha lanciato due giorni fa a proposito dell’inquinamento della piana. Roberto Barocci, del Forum Ambientalista, ha denunciato che nel 2011, 2012 e 2013 rilevazioni fatte da Arpat e da Scarlino Energia su alcuni pozzi hanno rilevato presenza di cromo esavalente, un potente cancerogeno mai attestato prima. «Da dove viene?», chiede Barocci. «E quali misure ha intrapreso Arpat in proposito?».

Altro capitolo della denuncia è un’ordinanza di bonifica emessa dall’ufficio Ambiente della Provincia di Grosseto nel 2010 nei confronti della Nuova Solmine, in un’area compresa tra il panettone di pirite e la proprietà di Scarlino Energia. Ordinanza ancora non messa in atto e di cui solo nel novembre scorso, a quattro anni di distanza, Nuova Solmine ha prodotto le indagini preliminari. «Perché la Provincia non ha fatto rispettare l’ordinanza?», chiede Barocci. Terzo interrogativo riguarda i valori fuori norma a sud di un sito che risulterebbe già bonificato. «La bonifica non ha funzionato», dice Barocci. Ecco le risposte dell’Arpat.

Il cromo esavalente. «Si tratta – spiega Arpat – dei dati relativi al primo monitoraggio delle acque sotterranee eseguito il 3 novembre 2010 da Scarlino Energia in base all’Aia. Lo scopo del monitoraggio, che è iniziato circa un mese prima della messa in marcia dell’inceneritore, era di fornire un punto zero utilizzabile per la valutazione dei successivi risultati con l’impianto in esercizio. Il campionamento della Scarlino Energia è stato eseguito sotto il controllo di Arpat. Per il cromo VII, sono stati effettivamente riscontrati valori significativi su tre campioni di acqua di impregnazione superficiale prelevati in pozzetti di nuova realizzazione posizionati da zero a tre metri di profondità. Nel novembre 2011 il monitoraggio delle acque di impregnazione indicava ancora la significativa presenza ma in decremento di cromo VI solo su uno dei tre pozzetti. Nel 2012 (pur con Aia sospesa) è proseguito il monitoraggio che indicava un’ulteriore riduzione, oltre la soglia di significatività, di cromo VI anche nell’ultimo pozzetto. L’assenza di quantità significative di cromo VI è stata confermata anche nel monitoraggio del 2013 a cura del gestore. Il primo livello della falda acquifera monitorato nel 2010 non mostrava superamenti della concentrazione soglia. In tutto questo periodo, le falde acquifere monitorate nella zona non hanno dimostrato contaminazioni da cromo».

Ma da dove veniva il cromo? «Si è trattato, probabilmente, di valori anomali dovuti a interferenze riconducibili alla malta cementizia usata per la costruzione dei nuovi pozzetti – dice Arpat –. Questa ipotesi è stata confermata dai monitoraggi successivi che hanno registrato la progressiva e spontanea scomparsa del fenomeno. Se si fosse trattato di una contaminazione ambientale i valori anomali di cromo sarebbero dovuti rimanere costanti nel tempo e si sarebbero dovuti diffondere anche nelle falde. Infine è utile dire che il cromo è un elemento estraneo alle attività delle aziende che operano nell’area».

L’ordinanza della provincia. L’Arpat conferma in sostanza che la Provincia ha inviato un sollecito alla Nuova Solmine solo nel 2014. «All’ordinanza – spiega Arpat – ha fatto seguito un sollecito della Provincia nel 2014, seguito dalla trasmissione, sempre entro il 2014, delle indagini preliminari da parte di Nuova Solmine. Sempre nel 2014 la Provincia ha richiesto a Nuova Solmine ulteriori indagini e di indicare chiaramente gli interventi o fasi progettuali future per tutte le aree in cui sia stato riscontrato superamento delle Csc o presenza di ceneri e sterili di pirite».

Quanto alla spiegazione del perché questa zona non rientri tra quelle dove è prevista la bonifica, Arpat conferma che «non è al momento individuata come area da bonificare nei procedimenti in corso. L’unica contaminazione al momento accertata è la presenza rilevata da Arpat di ceneri di pirite al confine con l’area di messa in sicurezza di emergenza delle ceneri di pirite raccolte nel panettone. L’ordinanza impone a Nuova Solmine di avviare un procedimento di bonifica anche a quel riguardo».

Pozzi contaminati vicino all’area Misp. Per i pozzetti vicini all’area bonificata dove i valori di inquinanti sono ancora sopra i livelli di legge, l’Arpat spiega che, in realtà, la bonifica non sarebbe ancora conclusa. «Il raggiungimento degli obiettivi di bonifica verrà certificato nel 2015, alla fine di cinque anni di monitoraggio. I valori rilevati nella falda non sono imputabili alla Misp», dice l’Agenzia. Forum ambientalista invece sostiene che in questa zona la bonifica risulterebbe già attestata, come dice anche l’acronimo: “misp” significa infatti messa in sicurezza permanente. «I piezometri – spiega però Arpat – servono come controllo del mantenimento nel tempo della Misp. Il monitoraggio è stato avviato nel 2010 e terminerà nel 2015, a quel punto, con tutti i dati del monitoraggio a disposizione validati da Arpat, sarà possibile esprimere un giudizio sulla stabilità della Misp. Oggi è possibile affermare solo che due piezometri presentano concentrazioni di arsenico inferiori alla soglia di contaminazione e altri due presentano invece arsenico superiore». (f.f.)

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