Il Tirreno

Grosseto

Inceneritore, lo spettro della cassa integrazione

di Alfredo Faetti

Scarlino Energia e Cispel prospettano anche il concordato e l’aumento dei costi «Il presidente Rossi si impegni per far riaccendere comunque i forni»

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SCARLINO. C’è la cassa integrazione tra gli effetti della sentenza del Consiglio di Stato. Ma anche la possibilità di una procedura di concordato per l’azienda, il congelamento d’investimenti e la possibilità di veder lievitare i costi per il servizio dei rifiuti, anche se per il momento il problema è di Sei Toscana, a cui tocca portare il css (combustibile solido secondario) prodotto alle Strillaie a Brescia senza costi aggiuntivi per le casse pubbliche. Questo però vale per oggi; domani chissà...

Sono i punti che Scarlino Energia ha messo a fuoco nella conferenza stampa di ieri mattina dopo la chiusura dell’inceneritore, per bocca del suo presidente Moreno Periccioli: «La storia quasi ventennale di questo impianto racconta le enormi difficoltà di che cosa significa per un’azienda lavorare senza le necessarie garanzie conferite dalla certezza delle regole». Al suo fianco la Confservizi Cispel Toscana, associazione che riunisce circa 200 aziende nel settore dei servizi pubblici. «È una novità giurisprudenziale di una gravità assoluta che genera una grande preoccupazione sulla possibilità di fare investimenti in Toscana ed in Italia» dice il presidente Alfredo De Girolamo.

Così i problemi dell’inceneritore di Scarlino diventano problemi di sistema. Per questo il Cispel sposa in pieno le azioni annunciate da Scarlino Energia: ricorso in Cassazione, probabile denuncia per procurato allarme (dato che si parla di un incremento di tumori non certificato dalle autorità di controllo, secondo i dirigenti) e richiesta al presidente Enrico Rossi di riaprire l’impianto nonostante la sentenza. «Invito urgentemente la Regione, da poche settimane titolare della funzione di autorizzazione degli impianti di gestione dei rifiuti in Toscana a seguito della recente modifica della legge regionale – continua De Girolamo - ad attivare ogni iniziativa possibile sul piano formale e sostanziale per garantire la rapida riapertura».

In pratica, si chiede a Rossi di rivedere tutte le autorizzazioni rilasciate nel tempo a Scarlino Energia e se i suoi tecnici le riterranno valide, di riaccendere i forni.

È questo il punto per cui l’associazione ha deciso di sposare in pieno la causa scarlinese: il fatto che «un’attività economica possa essere chiusa anche se rispetta tutte le normative esistenti, ma solo in ragione di una generica preoccupazione sullo stato di salute della popolazione, senza nessuna dimostrazione che gli effetti sanitari dipendano da quella attività».

Ma in realtà ci sono anche altri aspetti in ballo. Se vogliamo: interessi. Secondo i contratti, nell’inceneritore del Casone (il più grande della Toscana) finiscono ogni anni 40mila tonnellate di css prodotta da Futura spa, 30mila da Roma e altrettante dal resto d’Italia. Un giro di accordi e un sistema che ora entra in crisi con la sentenza del massimo tribunale romano.

«Probabile cassa integrazione per circa 60 dipendenti, altri 60 dell’indotto senza una prospettiva, l’avvio della procedura di concordato per un’impresa importante del territorio, il congelamento di investimenti ingenti fatti negli ultimi anni e un effetto di aggravio dei costi per la gestione dei rifiuti urbani nell’Ato Sud» spiega De Girolamo.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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