Il Tirreno

Grosseto

Venti anni? Forse anche di più

Venti anni? Forse anche di più

Attesa per la richiesta di condanna, la Procura ha fatto i conti da tempo

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GROSSETO. Quanti anni di reclusione chiederà la Procura per Francesco Schettino? Al teatro Moderno tutti allargano le braccia. Nessuna anticipazione dai pm, come è giusto che sia, ma è chiaro che in via Monterosa i “conti” siano stati fatti - e da tempo.

Venti anni. Così l’unico parametro di riferimento sono quei «venti anni» che a suo tempo l’allora procuratore Francesco Verusio (ieri venuto al teatro da semplice spettatore) aveva ipotizzato. Una cifra buttata là? Forse no. C’è anche chi azzarda che potrebbero essere anche di più... La difesa dice e non dice ma è chiaro che si aspetta meno, molto meno: non certo i 3 anni e 5 mesi proposti il 17 luglio 2013, alla seconda udienza, a titolo di patteggiamento (venne rinnovato quanto chiesto tre mesi prima) e che del resto la Procura aveva giudicato incongrua, ma nemmeno una pena di quasi 7 volte tanto. Basteranno poche ore e il velo cadrà, come prevede la procedura. E poi bisognerà attendere, naturalmente, che si pronunci il Tribunale. E anche in quel terranno banco le aspettative.

Le parole del comandante. Francesco Schettino sa di rischiare parecchio. Ma lo sapeva già dall’inizio e, anzi, era ben consapevole che i benefici conseguenti alla scelta di riti alternativi si sarebbero persi una volta entrati nella fase del dibattimento. Ma il comandante voleva parlare e ha parlato. Se poi questo sia andato a suo beneficio - in qualche modo, in parte - lo stabiliranno i giudici.

La zappa sui piedi. La Procura pensa che Schettino si sia dato ulteriormente la zappa sui piedi con l’interrogatorio al quale si era sottoposto nel dicembre scorso. E dire «zappa sui piedi» significa camminare accanto a un vasto repertorio di linguaggio figurato o comunque colorito a cui il sostituto procuratore Alessandro Leopizzi ha attinto per larga parte della sua requisitoria. Un percorso fatto di citazioni e di personaggi, di riferimenti e di paragoni. Un modo per rendere meno monotona l’esposizione, un modo per calcare l’accento su determinati aspetti.

I personaggi. Nella sua esposizione sono comparsi personaggi come Galileo Galilei (quando il pm ha ricordato l’inderogabilità della ripetibilità per esperimenti che si vogliano definire scientifici), lo scrittore John Grisham (per descrivere scenari romanzati), Euclide (la cui rigorosità geometrica non avrebbe niente a che vedere «con il rapporto tra Schettino e la verità»), Giobbe (per la pazienza del comandante Gregorio De Falco), Enrico Toti (per la stampella cui taluno avrebbe fatto talvolta ricorso), Eugene Ionesco (per il teatro dell’assurdo a suo giudizio messo in scena) e anche Alois Alzheimer (lo psichiatra da cui prende nome la malattia che, per assurdo, potrebbe aver colpito un comandante così contraddittorio). E altri ancora.

Confessione. E il pm non è stato formale, non si è attenuto al linguaggio strettamente giuridico. Ha usato anche un termine scientifico come isteresi, caratteristica di un sistema di reagire in ritardo (a proposito delle manovre prima dello scoglio). A parte il momento in cui il tono della voce sale quando ricorda che l’interrogatorio davanti al gip «fu una confessione» e che Schettino ha spesso provato a dire che ciò che aveva detto andava inteso diversamente, Leopizzi non si fa scrupoli di usare termini come «spacconata» per definire l’intenzione del comandante di passare a raso dell’isola («voleva fare la barba al Giglio»). È secondo lui «suicida» la rotta seguita. Definisce come caratterizzata da «superficialità e dilettantismo» la fase di avvicinamento e come «vigliacca» la gestione della successiva emergenza. Schettino avrebbe «preso un granchio», commesso «un errore marchiano» a cui non sarebbe più stato in grado di riparare. Schettino è di volta in volta «un pugile suonato», «un burattinaio», «un puparo», uno che avrebbe «giocato ai dadi» la sicurezza, uno che non avrebbe potuto affatto godere dell’«ottimismo sulle valutazioni testicolari» manifestato da un proprio consulente a proposito degli attributi e delle capacità marinaresche del comandante.

Schettino non ride. Non c’è da ridere, perché stiamo parlando di morti e della sorte di un imputato, ma un mezzo sorriso - disarticolato dalla contingenza - scappa. Schettino non ride affatto. E anzi prende appunto ogni volta (e accade spesso) che il pm lo tocca dal vivo: si carezza il mento, si volta verso il proprio avvocato, torna a guardare l’accusatore. Il quale ha letto sul portatile - nella penombra necessaria in sala per la proiezione delle slide proposte dall’appuntato Fabio Giovannini nelle vesti di “regista” - la sua parte delle quattrocento pagine della requisitoria. Oggi la conclusione, poi tocca a Pizza e Navarro.

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