Sicurezza
Strangolò Irina, condannato a 30 anni
Sergio Bertini riconosciuto colpevole al termine dell’udienza preliminare, aggravanti prevalenti sulle attenuanti
GROSSETO. Trenta anni di carcere, come aveva chiesto la Procura con lo “sconto” sulla pena dell’ergastolo possibile con la scelta del rito abbreviato. Con le aggravanti prevalenti sulle attenuanti generiche. Trenta anni per quell’abbraccio troppo stretto, come lui stesso l’aveva definito, che tra il 12 e il 13 ottobre 2013 costò la vita a Irina Meyntser, 47 ucraina, sua convivente. Strangolata.
Omicidio premeditato con l’aggravante dell’abuso delle relazioni domestiche l’accusa per la quale i sostituti procuratori Laura D’Amelio e Marco Nassi avevano chiesto il carcere a vita per Sergio Bertini, 49 anni, tecnico informatico. Premeditato per tutto quanto Bertini avrebbe messo in atto uccidendo la sua donna, nell’appartamento di via Ansedonia, e cercando poi di far sparire il corpo nella macchia di Punta Ciana, sull’Argentario, dove venne ritrovato da alcuni cacciatori. E soprattutto premeditato, sempre secondo la Procura, perché il depistaggio messo in atto (gli sms, la valigia alla stazione) sarebbe stato la conseguenza di scelte che Bertini aveva ideato ben prima.
Occorrerà attendere le motivazioni per capire con esattezza di cosa Bertini sia stato ritenuto responsabile dal giudice. «Io ho contestato la premeditazione», dice il suo difensore, l’avvocato Tommaso Galletti, che ha parlato per due ore ricostruendo le proprie indagini e soprattutto insistendo sull’aspetto psichiatrico della vicenda. «Sono importanti le problematiche personali - dice Galletti - Ho approfondito i temi scaturiti dai test psichiatrici di parte, perché è chiaro che Bertini soffre di un disturbo duplice di personalità. Io avevo chiesto a questo proposito un incidente probatorio, ma non era stato ammesso. In aula ho esposto e poi depositato dei dati scientifici, ma dall’altra parte non sono stati portati elementi tecnici al riguardo. Secondo la Procura, Bertini è stato sempre capace di intendere e di volere. E mi sembra di capire che il giudice ha dato ragione alla Procura, anche se mi riservo di leggere le motivazioni. Io però insisto: il comportamento del mio assistito è pieno di errori, non è lucido: c’è una radice patologica». E farà appello, naturalmente... «Da parte mia è doveroso» risponde Galletti.
L’udienza si era aperta poco dopo le 10 con l’intervento del sostituto procuratore Laura D’Amelio, che aveva ripercorso la vicenda puntando l’attenzione sul comportamento di Bertini a partire dalla denuncia di scomparsa. Successivamente, il collega Marco Nassi aveva affrontato la parte giuridica e di configurazione dei reati. Quella di Bertini per la Procura sarebbe potuta essere una «premeditazione condizionata»: l’imputato avrebbe coltivato il disegno di uccidere Irina solo se la donna lo avesse lasciato. E Irina voleva lasciarlo, anche la psicologa le aveva consigliato di farlo. Poi era stata la volta dei due avvocati di parte civile, che avevano depositato le proprie conclusioni, poi aveva parlato l’avvocato Galletti. Il giudice Valeria Montesarchio si era ritirata alle 14.45, annunciando che sarebbe tornata alle 17. E, puntuale si è ripresentata in aula per leggere il dispositivo. Adesso inizia l’attesa per il deposito delle motivazioni: 90 giorni.
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