Il dolore
Un comitato dei derubati per difendersi dai ladri
Sulle mura il primo appuntamento tra le vittime: si sono presentati in cento «A casa non siamo più tranquilli». In arrivo una sede e una forma giuridica
GROSSETO. Erano un centinaio, infuriati. E hanno deciso di fondare un comitato. È il primo “comitato dei derubati” che si conosca, nato e cresciuto a Grosseto per dire basta ai ladri. Ieri il primo incontro alla troniera del bastione Garibaldi, in via Manetti a Grosseto dove le vittime dei malviventi sono accorse al loro primo appuntamento, come un fiume in piena.
Dal gioielliere che ha subìto quattro furti all’imprenditore di un’azienda di climatizzatori che si è trovato la cassaforte tagliata con un frullino. Dall’ottantenne sotto choc dopo il colpo a Casalecci fino all’addetta alla sicurezza bancaria che ha avuto la casa svaligiata. Erano tanti a chiedere soluzioni. E alcune idee sono uscite: formalizzare un comitato. E sistemare più telecamere possibili a Grosseto, cercando di compenetrare al meglio due esigenze che potrebbero interferire: da una parte la privacy, dall’altra la sicurezza.
L’antefatto. Il 5 gennaio viene svaligiata una villetta di Casalecci. I proprietari sono la famiglia Turbanti, imprenditori dei caminetti che lavorano sulla Scansanese. Il giorno dopo i malviventi entrano pure nella villetta accanto dove abitano i parenti. Fausto Turbanti, uno dei figli, si infuria. «I genitori e i miei zii sono sotto choc». Le case sono devastate, il danno morale enorme. La rabbia e la paura corrono su Facebook. Sui social convergono l’ansia e i racconti di altre decine di derubati, che improvvisamente escono dal buio e vengono alla luce tutti insieme rivelando un sommerso ignorato. Una raffica di furti ovunque spinge a prendere una decisione: «Facciamo qualcosa». L’idea è lanciata da Fausto: «incontriamoci».
La folla dei derubati. Alle 14,30 di ieri, pubblicizzato sul social e sul giornale, è il giorno del primo appuntamento tra i derubati, aperto a chiunque abbia a cuore la sicurezza pubblica. Arriva un centinaio di persone. Imprenditori, gioiellieri, anziani. Un paio di esponenti politici.
È Stefano Mazzi, titolare di Acquasport e del circolo Submania, a mettere a disposizione lo spazio della troniera insieme all’amico e collega Sergio Ginanneschi. Quasi scusandosi per la limitatezza degli spazi rispetto all’imprevedibile fiumana, «la situazione ci è un po’ sfuggita - dice - Forse abbiamo pensato che ci fosse qualche persona di meno, non credevamo che foste così tanti». Molti stanno in piedi, attaccati alla parete, altri conquistano la loro sedia da cui ascoltano gli interventi o intervengono a loro volta. È di Fausto Turbanti l’incipit vero e proprio, che suona come una dichiarazione d’intenti, un discorso programmatico in cui lui umilmente chiarisce il proprio ruolo. «Se qualcuno di voi sente di avere un’iniziativa migliore della mia o un carisma superiore - dice - io sono disposto a mettermi da parte, l’importante è che passi il messaggio che siamo stanchi e ci sentiamo abbandonati. Dalle istituzioni ci vengono sempre chieste cose e non viene dato niente: non abbiamo più niente, siamo stati privati dei nostri averi, ma ora basta. Siamo tutti qui con la stessa competenza nel dire: aiutiamoci e aiutiamo le forze dell’ordine a fare qualcosa di importante che ci possa far star tranquilli a casa nostra. Ci sono persone visitate dai ladri anche 5 volte. Chiedo che i miei genitori, le persone a me care e tutti voi siate tranquilli nel vostro ambito familiare: a casa nostra dobbiamo essere liberi di stare sereni. Non vi è tranquillità nella paura».
Prende la parola Riccardo Luongo, che su Fb ha fatto appello più volte, questi giorni, ai cittadini. «C’è qualche poliziotto qua dentro? - chiede - Possibile che non si possa fermare questa microcriminalità?». Una signora lo corregge: «Ormai non è più giusto chiamarla microcriminalità...». Dal pubblico si alza Vincenzo Botti (vedi sotto), poliziotto-sindacalista che raggiunge Turbanti e Mazzi e fa un intervento di dieci minuti, seguito da quello di altri derubati.
Adriano Piccioni lavora alla Daikin. «A fine ottobre, una sera dalle 20 alle 21,10, i ladri sono entrati a casa mia in via Belgio, mi hanno tagliato la cassaforte e preso tutto quello che c’era dentro. Le indagini sono ancora in corso».
Neda Buzzelli cita l’esperienza di sua sorella derubata: «Anch’io mi sono attrezzata con un cane da guardia e cerco di tutelarmi per dar man forte a chi ha subìto un danno. La sera quando torno a casa ho paura. E intanto porto avanti la mia battaglia contro le prostitute. Via Buozzi, via Trento, via Roma e via Don Minzoni sono terra di nessuno».
Prende la parola il gioielliere Fabio Trotta: «Nell’ultimo anno ho subito quattro furti. La sera non possono lasciare sola mia moglie in negozio. Come faccio a lavorare così? Sono disperato. Se lo Stato non ci tutela uniamoci noi. A volte usciamo dalle nostre case e non ci conosciamo neppure tra vicini: siamo rinchiusi in noi stessi. Invece bisogna stare uniti».
I derubati si sono scambiati i nomi, sono entrati in contatto. Ha preso corpo l’idea di formalizzare un comitato e trovare una sede. Presto altri incontri. (Fotoservizio e video dell’agenzia Bf)
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