Il Tirreno

Grosseto

«Pronti a fare le ronde per prendere il piromane»

di Francesca Gori
«Pronti a fare le ronde per prendere il piromane»

La rabbia degli abitanti dopo l’ennesima vettura data alle fiamme in via Vanni

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GROSSETO. «Vede? Noi ormai non dormiamo più. Stiamo affacciati alla finestra a controllare. A vedere se riusciamo a fermarlo». Hanno la voce rotta dal pianto le donne di Barbanella. Piena di rabbia, gli uomini che abitano nel quartiere popolare diviso in due dal “piazzone”. Non è mai stato un confine geografico, quello spiazzo vicino alla scuola. Lo è diventato soltanto negli ultimi mesi, quando il piromane ha deciso di restringere il proprio campo d’azione a quelle quattro o cinque strade che si trovano dalla parte opposta rispetto alla chiesa di Santa Lucia. «Ormai le auto bruciano tutte in questa zona qua - dicono - sotto questi palazzi, sotto i nostri porticati». Barbanella non è certo il Bronx. Non ci sono particolari problemi: è un quartiere come tanti, un quartiere tranquillo dove operai, impiegati e dipendenti dell’Aeronautica hanno trovato casa in palazzoni costruiti quasi tutti seguendo lo stesso schema. Con quei porticati sotto, comodi per parcheggiare l’auto, che ora sono diventati l’inferno di chi abita lì. «Siamo costretti a lasciare l’auto più distante, sul ciglio della strada o lì - dice Silvano Martino, indicando una piccola spalletta di terra ed erba - perché almeno la vediamo dalla finestra». A lui, il piromane ha incendiato l’auto a dicembre. In via Manzoni, davanti al portone del palazzo. Era quella di sua moglie Luciana, acquistata soltanto un mese e mezzo prima. «L’avevo pagata ottomilacinquecento euro - dice la donna - ed era la prima auto nuova che mi sono comprata in tutta la vita. Da quando me l’hanno distrutta non riesco nemmeno più a dormire».

Accanto al portone del palazzo ci sono i segni di quell’incendio. Era il sette dicembre e la coppia era a cena fuori con alcuni amici. «Quando mi è squillato il cellulare mancavano dieci minuti a mezzanotte - dice Silvano - era un vicino che mi avvertiva che la mia auto era stata distrutta dalle fiamme. Ormai è diventato un incubo abitare qui: non ci sentiamo nemmeno liberi di invitare amici o parenti a cena. Abbiamo paura anche per le loro auto».

Parcheggi differenti dai posti auto sotto il palazzi, sotto quei porticati bassi, non ce ne sono. «E noi non possiamo certo vivere sempre con l’angoscia e la paura - dice Silvana - Non abbiamo mai visto gente strana qua intorno, ma ora siamo costretti a stare con gli occhi aperti, affacciati alle finestre continuamente». È diventata un’abitudine, questa, per gli abitanti di Barbanella. Il giorno e la sera, soprattutto in quell’orario che sembra essere quello prediletto da chi ha appiccato le fiamme a quattordici auto in pochi mesi. Dalle nove a mezzanotte di sera: sono centottanta minuti di angoscia che non conoscono tregua, che portano la gente fuori dai palazzi, sul balcone, a controllare che tutto vada bene e che il piromane non sia in giro. «Saremo costretti a fare le ronde - dice Salvatore - perché così non possiamo andare avanti. Ogni volta è sempre peggio: le auto costano, le auto che sono state distrutte appartengono tutte a persone che lavorano, che hanno i problemi di tutti. Qualcosa dobbiamo fare anche noi». Da via Vanni a via Manzoni ci sono pochi metri. Poi via Bembo. Sono tutte lì, una vicina all’altra. Poco distante via Giusti e via Mercurio, ma al di là del piazzone.

«Utilizza sempre lo stesso metodo - dice Serenella - pare che prenda la carta dei volantini pubblicitari dalla posta e che ci metta dentro la Diavolina, quella per accendere il carbone. Poi appicca il fuoco e si allontana».

È questione di pochi secondi, con un innesco di quel tipo: basta aspettare che la carta bruci, che le fiamme, dalle ruote anteriori raggiungano la carrozzeria, sciolgano la vernice, che è infiammabile e il gioco è fatto. Ma è quasi impossibile trovare chi, a distanza anche di soli due giorni, fa questo.

«Le istituzioni devono intervenire - dice Caterina, che dopo trentadue anni di lavoro è andata a far parte della schiera degli esodati - perché qui paghiamo tutti le tasse e per gente come noi, acquistare un’auto è un costo. Per non parlare poi della paura che viviamo ogni giorno: se incendia un’auto a gpl, rischiamo di veder saltare in aria un palazzo».

I soldi nel portafogli, poi, non si assottigliano soltanto per l’acquisto dei veicoli. «Quando è successo a noi si sono sciupati tutti i vetri della facciata del palazzo - dice Silvano - e ho dovuto chiamare una ditta per far ripulire tutto: ancora non mi hanno preparato il conto, ma il costo non sarà certo basso». E anche la paura che questo incubo non finisca e si trasformi in tragedia ha un costo, almeno in termini di qualità della vita. «L’unica cosa che dobbiamo fare è cercare di trovarlo e fermarlo - dice ancora Salvatore - ma se ci organizziamo in ronde e facciamo da soli, non lo so, a trovarselo davanti, che reazione potremmo avere». «Gli uomini lo picchiano», dice Serenella. La risposta, la dà lei, con la sua voce che trema ancora.

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