Il Tirreno

Grosseto

tribunale

Causa di lavoro, Pro loco condannata

Francesca Ferri
L'Infopoint agli scavi di Roselle (foto Agenzia Bf)
◗
L'Infopoint agli scavi di Roselle (foto Agenzia Bf)

Per cinque anni ha impiegato una socia a progetto all’Infopoint di Roselle, ma per il giudice era lavoro subordinato

4 MINUTI DI LETTURA





GROSSETO. Un contratto a progetto che cela un lavoro di tipo subordinato. Un’associazione che ha la commessa da un ente pubblico. Una lavoratrice che vuole vedersi riconosciuti i suoi diritti e fa causa sia all’ente pubblico che all’associazione. E un giudice che in parte riconosce alla donna le sue ragioni e ne legittima l’assunzione, ma di fatto la condanna a non vedere un quattrino. E le impone anche un risarcimento.

È un’intricata vicenda dell’era del lavoro precario quella che ha visto il Comune di Grosseto e la Pro loco di Grosseto trascinati in un’aula di tribunale da una signora di 44 anni. La donna per cinque anni, dal 2005 al 2010, ha lavorato all’Infopoint degli scavi di Roselle con contratto a progetto siglato con la Pro loco grossetana (che al tempo si occupava del sito). Un lavoro che, secondo l’interessata, aveva tutti i contorni di un impiego di tipo subordinato, con orario di entrata e uscita prefissato, riposo settimanale e mansioni precise. Un lavoro quindi con più tutele sindacali, più contributi e un più alto stipendio rispetto a quello a progetto.

La signora ha dunque fatto ricorso (era il maggio 2011), assistita dall’avvocato Silvia Baldini, e ha citato sia la Pro loco, sia il Comune di Grosseto, sostenendo – per quanto riguarda quest’ultimo – che era il diretto datore di lavoro e chiedendo 20.017,11 euro.

Il Comune, con l’avvocato Marco Calò, si è difeso dicendo di aver affidato alla Pro loco l’Infopoint e di essere perciò estraneo a come poi la Pro loco ha gestito il servizio. Dal canto suo la Pro loco, assistita dall’avvocato Alessandro Antichi, si è difesa dicendo che il tipo di lavoro era sì a progetto, ma ribadendo che era il Comune a dettare gli orari di apertura e chiusura, circostanza che da sola farebbe risultare il Comune il datore di lavoro.

Il 21 ottobre il giudice Antonella Casoli ha pronunciato la sentenza, dalla quale unico vincitore esce il Comune. Quella della donna è una mezza vittoria, mentre la Pro loco ha subito una sonora sconfitta che rischia di avere dolorosi effetti per l’associazione.

Il giudice ha infatti riconosciuto alla signora che il tipo di lavoro a cui era chiamata non era a progetto ma era di tipo subordinato. Il progetto, scrive il giudice, è troppo vago e scollegato da qualsiasi specifico servizio. Il datore di lavoro, prosegue però il giudice, non può essere considerato il Comune. La messa a disposizione dei locali dell’Infopoint, del materiale informativo, dell’erogazione di un corrispettivo e degli orari, che secondo la signora dimostravano una relazione diretta del Comune con il servizio prestato, secondo il giudice non sono altro che le concrete modalità in cui l’affidamento e la gestione del servizio sono stati concordati. Se anche si dimostrasse che la signora era obbligata a seguire un preciso orario – come avviene nel lavoro subordinato – per il giudice ne deve rispondere la Pro loco, non il Comune, che ha solo specificato gli orari in cui il servizio deve svolgersi.

Altro punto a favore del Comune è che tutti i rapporti tra Roselle e il Comune sarebbero stati tenuti non dalla donna direttamente ma dal socio della Pro loco responsabile dell’Infopoint di Roselle, che è anche il convivente della donna (una circostanza questa da lui sottaciuta e portata a galla da una testimone). Questo confermerebbe che il rapporto era tra Comune e Pro loco, non tra il Comune e la donna.

Alla fine, insomma, il Comune tira un sospiro di sollievo: i 20.000 e rotti euro per la signora dovrà tirarli fuori la Pro loco e non le casse pubbliche. E sempre la Pro loco è costretta ad assumere la donna, oltre a pagare le spese processuali.

Ma per la signora è stata una vittoria di Pirro: non solo si è vista condannata a rifondere 3.500 euro al Comune per averlo citato in causa, ma ha ben poche chance di vedersi pagare e assumere dalla Pro loco.

«La Pro loco è un’associazione senza scopo di lucro, siamo tutti volontari: soldi non ne abbiamo», spiega il presidente Umberto Carini. «In questo incarico siamo stati solo dei bortaborse del Comune. Ora la situazione con il Comune è molto delicata: siamo in contatto per vedere se ci sono margini per una mediazione».

«La Pro loco si trova in mezzo a una situazione in cui non ha fatto altro che seguire le indicazioni dell’amministrazione per costruire posti di lavoro per attività di carattere generale – spiega l’avvocato Antichi, che difende la Pro loco – salvo poi scoprire che la forma giuridica del contratto a progetto non era idonea. Non so se la Pro loco vorrà ricorrere in appello. Non sarebbe la prima volta che in secondo grado ribaltano le sentenze del tribunale di Grosseto. Quel che conta, ad oggi, è che per questa donna non ha tutele».

«In questa vicenda il Comune resta il datore di lavoro sostanziale – spiega l’avvocato Baldini – ed è importante che sia stato riconosciuto che c’era un rapporto di lavoro subordinato. Quanto ai soldi che spettano alla mia cliente, è vero che la Pro loco al momento può non avere risorse, ma riceve comunque contributi per le sue iniziative: quando arriveranno, la mia cliente potrà riprendersi i soldi che le spettano».

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Cronaca flash

Sicurezza

Massa, tre rapine in due ore in centro: arrestati due giovanissimi

di Redazione Massa