Il Tirreno

Grosseto

«Aveva ottimi motivi per uccidere»

di Pierluigi Sposato
«Aveva ottimi motivi per uccidere»

La Procura apre il fuoco contro Bilella e le parti civili si uniscono. La difesa: «Soltanto indizi»

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GROSSETO. Antonino Bilella aveva «ottimi motivi per uccidere» Francesca Benetti «e lo vogliamo dimostrare». Così Marco Nassi, sostituto procuratore, a conclusione della esposizione degli intendimenti della Procura, al termine della seconda udienza.

Il magistrato parla davanti ai giudici della Corte di assise mentre l’imputato ascolta guardando fisso davanti a sé. Sono accuse pesantissime ma l’agricoltore 70enne sa bene che la Procura non gli vuole dare scampo, anche se il corpo di Francesca Benetti - 55 anni, la proprietaria di Villa Adua a Potassa di Gavorrano dove sarebbe stato commesso il delitto - non si trova nemmeno a un anno dalla scomparsa. Anche se uno dei suoi difensori, l’avvocato Bruno Leporatti, si rivolge soprattutto ai giudici popolari spiegando che si tratta «soltanto di un processo indiziario» e che non ci sono prove che sia stato commesso un delitto e che sia stato Bilella a commetterlo; e che ci sono prove contraddittorie, contaminate ed erratamente interpretate e persone che avevano rapporti non amichevoli con la donna; e che quanto avvenuto in Piemonte non ha nulla a che vedere con le accuse odierne («solo suggestione»).

In Piemonte? Il difensore fa riferimento a quanto indicato dal pm - presente in aula insieme al collega Salvatore Ferraro e, per qualche tempo anche al procuratore capo Francesco Verusio - a proposito della personalità di Bilella, della sua pericolosità sociale. «Lui si era sempre vantato di essere il padrone di Villa Adua, come dieci anni prima in Piemonte, nella controversia persa con una firma falsificata di Giorgio Canali, trovato morto poco prima che Bilella uscisse fuori con un contratto fasullo a suo favore». E poi le molestie a una ragazzina di 13 anni, ancora in Piemonte, importunata «con telefonate, pedinamenti e toccamenti dei genitali in sua presenza». E poi le minacce a due donne, da una delle quali era stato respinto, e agli stessi eredi di Canali.

Tutto ciò per sostenere che non sarebbe stata la prima volta che Bilella avrebbe avuto comportamenti oltre la legge. «Vogliamo dimostrare che quello di Benetti non fu un allontamento volontario ma un fatto di sangue», argomenta il pm. Quei rapporti iniziati per motivi di lavoro erano poi «degenerati fino all'ultimo giorno di vita della donna», con un «interesse fisico fatto di proposte di relazioni, regali, fiori, un anello d'oro e approcci fisico». Quando Bilella capì di essere stato respinto iniziarono pedinamenti, telefonate, «scuse per poter stare solo con lei». E iniziò anche a trascurare il lavoro, «i suoi doveri di affittuario», al punto che i proprietari confinanti attribuirono i danni subiti (smottamenti) alla Benetti e lei si irritò. E voleva sciogliere il contratto. La Procura ricorda che nella villa sono state trovate numerose piccolissime tracce di sangue, della donna e dell'imputato, con «un tentativo di lavaggio». E ricorda che Bilella voleva disfarsi della Punto bianca, portandola dal demolitore, e che furono trovate macchie di sangue della Benetti sul pianale in legno dell'auto abbandonato di notte nella macchia vicino Montorsaio poco dopo essere stato sentito dai carabinieri. Sospetto il contatto telefonico con i figli di Francesca, Giulio ed Eleonora, nel weekend prima del 4 novembre: Bilella voleva informarsi di un loro eventuale arrivo Toscana. Bilella avrebbe programmato «con cautela e attenzione» il delitto.

Le parti civili si uniscono alle richieste. Alessandro Risaliti, che tutela i figli della donna, Eleonora e Giulio, non usa mezzi termini: «Bilella ha detto bugie, la ricostruzione dei suoi movimenti è incompatibile con la sua innocenza». E chiede di poter interrogare l’imputato perché Bilella si sarebbe dato la zappa sui piedi quando si era fatto interrogare. Agron Xhanaj, l’avvocato che tutela il fratello di Francesca, Alessandro, chiede tra l’altro che venga sentito il generale Luciano Garofano, biologo, già comandante del Ris di Parma.

Il dibattimento è aperto, dal 15 gennaio - data della prossima udienza - si entra più nel vivo sulla utilizzabilità delle prove.

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