Proteste
«Niente pistola, c’è il bancomat»
Pizzaiolo chiede il porto d’armi: teme per sé e per l’incasso. Prefettura e Tar: «Usi moneta elettronica»
ARCIDOSSO. Uscire a tarda sera dalla propria pizzeria con l’incasso di una giornata e temere di poter essere assalito. Che fare? Armarsi e difendersi? Facile a dirsi ma non a farsi. Perché oggi, per scongiurare il pericolo, potrebbe bastare usare il bancomat. Parola di Tar. Lo ha spiegato a chiare note una sentenza del Tribunale amministrativo regionale per la Toscana (sezione seconda), del 19 novembre scorso, che si è espresso sul ricorso di un ristoratore di Arcidosso, Fabrizio Ciacci.
La scorsa estate Ciacci aveva fatto domanda per avere il porto d’armi per avere con sé una pistola per difesa personale. Di lavoro Ciacci vende pizze in un negozio un po’ isolato. I clienti, per un trancio o una bella margherita da pochi euro, non pagano certo con il bancomat e con la carta di credito. E così a fine serata l’incasso è praticamente tutto in contanti.
Ciacci ha sempre fatto così, ma ultimamente non si sente sicuro. E così ha deciso: se alcuni commercianti, ad esempio i gioiellieri, possono avere una pistola, perché lui no?
Il ristoratore fa dunque domanda per il porto d’armi. Ma la Prefettura di Grosseto gli risponde picche. «Insussistenti gli oggettivi elementi utili a supportare adeguatamente il “dimostrato bisogno” di andare armato», osservavano gli uffici negando il porto d’armi.
Il rilascio della licenza come quella richiesta da Ciacci è regolato dall’articolo 42 del Testo unico leggi di pubblica sicurezza che dispone che «il questore ha facoltà di dare licenza per porto d’armi lunghe da fuoco e il prefetto ha facoltà di concedere, in caso di dimostrato bisogno, licenza di portare rivoltelle o pistole... o bastoni animati la cui lama non... inferiore a centimetri 65».
Ora, nel caso in questione, il questore per sua parte aveva detto sì alla richiesta di Ciacci, mentre la prefettura, dal suo canto, aveva detto no, non recependo il parere favorevole della questura. Secondo la prefettura, infatti, non ci sarebbero «particolari elementi di esposizione a rischio, utili a supportare adeguatamente il “dimostrato bisogno” di circolare armati» e «non risulta, nell’ambito territoriale di esercizio dell’attività economica di Ciacci, secondo il dato provinciale, una significativa incidenza dei reati specifici (furti, rapine)». Insomma, non c’è abbastanza criminalità per giustificare il fatto che un cittadino possa girare armato.
Ciacci è di parere opposto: secondo lui i «fenomeni di criminalità» ad Arcidosso ci sono, e a inizio settembre fa ricorso al Tar. Ma ne esce a mani vuote.
Il Tar dà infatti ragione alla Prefettura e richiama al principio che il nostro ordinamento tende a ridurre al minimo il possesso e la circolazione delle armi e i rischi connessi e che «la licenza di porto d’armi ha natura eccezionale rispetto al generale divieto, che può essere rimosso solo in caso di “dimostrato bisogno”».
I giudici fiorentini vanno però oltre. La prefettura, specificano, non ha certo sottovalutato la movimentazione di denaro e i fenomeni di criminalità, ma «il rischio dell’avere con sé contante è oggi alleggerito dall’uso di moneta elettronica», cioè di bancomat e carte di credito. E in più, osserva il Tar, «non sembra trovare conforto nei dati ufficiali l’allarme-criminalità nel Comune di Arcidosso» dove «il dato relativo alle rapine è pari a zero per quanto riguarda gli esercizi commerciali tra il 2006 e il 2011». In ogni caso Ciacci non si dà per vinto: «Ricomincerò la trafila da capo – dice – e inoltrerò una nuova richiesta. La necessità c’è».
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