Ambulanze a lutto per l’addio al volontario
Massimo Colarusso è morto a 61 anni: per l’ultimo saluto l’abbraccio di tutta la Croce Rossa
SCARLINO. Sulla fiancata bianca risalta il fazzoletto nero a lutto e quella scritta in corsivo: «Ciao Massimo». È su tutti i mezzi: le auto, le ambulanze, i furgoncini allestiti a macchine sanitarie.
Massimo Colarusso aveva 61 anni e forse avrebbe voluto che l’ultimo saluto fosse proprio così: con i compagni di una vita, passata sulle strade a dare una mano al prossimo, a soccorre i feriti, a rispondere «presente» quando qualcuno chiedeva aiuto.
Era un volontario della Croce Rossa prima e di Scarlino Soccorso poi, la giovane realtà che ormai da anni offre le sue competenze e i suoi mezzi in campo per quanto riguarda i soccorsi. Massimo, o “Massimino”, se n’è andato due giorni fa, lasciando sua moglie Tiziana Boscaglia, già capogruppo del centrosinistra in consiglio comunale. I funerali si sono svolti questa mattina, in un commosso abbraccio tra familiari, volontari e amici di sempre. «Scarlino ha perso un uomo unico» dice più di una voce che ha preso parte alle funzioni. Sia in paese che sui social network si rincorrono i ricordi legati a Colarusso, personaggio molto attivo nella comunità, capace di lasciare impresso un segno di sé in chiunque lo incontrasse. È così che lo ricorda la gente. Basta citare l’aneddoto di una donna che vive in Svizzera. «Ti capita di incontrare figure che al momento non noti, tanto sono discrete e silenziose». Poi però basta un piccolo gesto. «Io avevo espresso il desiderio di portarmi a casa dalla Toscana un piccolo ramo di ulivo: non un rametto, ma un pezzetto di albero».
E Massimo «senza dire una parola si assentò per un breve momento e tornò con un ramo: ora ne farò un piccolo albero di Natale». Ricordi anche da chi ha condiviso il servizio volontario accanto a Massimo. «Ho condiviso con lui innumerevoli servizi e kilometri – racconta Pietro - Ne ricordo la disponibilità, la riservatezza, l’educazione durante questi viaggi: mi raccontava del suo lavoro, che lo aveva portato in terre fredde, la sua passione per la caccia, amante della buona cucina, e del buon bere, lì dove eravamo vera famiglia». E ora, «come dicono i “veci” alpini – conclude Pietro - Massimo è andato avanti, lasciando dietro di se, un vuoto nel ricordo di vero uomo di volontariato, per la sua semplice umanità». (a.f.)
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