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PROCESSO CONCORDIA

IL COMMENTO - La filosofia della stupidata

di Fabrizio Brancoli
IL COMMENTO - La filosofia della stupidata

Purtroppo non tramonta la suggestione di Francesco Schettino come homo italicus nel senso più deleterio

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Dopo il disastro della Concordia, il faccione di Francesco Schettino ha presidiato la scena in decine di interviste cosiddette esclusive; e per anni le sue parole - un incrocio tra lamenti, argomenti difensivi e attribuzioni di responsabilità ad altri - hanno rimbalzato in audio e in video. Calma, ci dicevamo, calma. Una cosa sono le interviste televisive e un'altra sono gli interrogatori in tribunale. Una cosa sono i giornalisti e un'altra sono i pubblici ministeri. Il codice di comportamento, le regole di ingaggio giudiziario, la tensione umana e reale, la sacralità di un tribunale, tutto è diverso.

E alla prima riprova, la famosa differenza si è confermata. Perché l'uomo televisivo e mediatico ha lasciato il posto all'imputato di crimini gravissimi, l'uomo che vuole comunicare è stato sostituito dall'uomo che si deve difendere. E, guarda caso, questa volta Schettino le telecamere le ha volute spente. Non era uno show. Così il vocabolario abbandona le iperboli delle apparizioni televisive, abdica rispetto a certi eccessi, e diventa minimalista. Anche troppo, in un passaggio: "Non si creda che io non abbia tormento per questa stupidata", dice l'ex comandante.

La chiama così, stupidata, perdendo il calibro, la necessaria proporzione tra azioni e conseguenze. I cronisti che hanno seguito la giornata processuale - il Tirreno ovviamente lo ha fatto per intero, in presa diretta, dall'arrivo dell'auto del collegio difensivo fino allo spegnimento delle luci nell'aula del teatro Moderno di Grosseto - raccontano di una deposizione bifronte: la mattina tutto sommato il responsabile della Concordia è apparso sicuro e convinto, mentre nel pomeriggio, di fronte a questioni più tecniche e circostanziate, avrebbe palesato qualche incertezza. Il tono delle sue frasi, come spesso accade, non è univoco: quando parla quest'uomo, il ventaglio degli aggettivi si allarga.

Schettino è risultato tranquillo, deciso, teso, qualche volta persino umile; e in altre fasi, invece, vago, intermittente, strafottente. Cinque, sei ore di parole, un mare di parole, pieno di scogli su cui evitare di naufragare di nuovo. "Non avvisai nessuno", ha detto rispetto al fatale accostamento della nave al Giglio. L'asse difensivo si fa strada: il comandante sostiene che ha preso, sì, alcune decisioni gravi, ma lo ha fatto sulla base di indicazioni errate o incomplete; premesse fallaci, fornite dai suoi collaboratori (in particolare Ambrosio, l'ufficiale di guardia, ma anche altri). Qualcuno degli ufficiali "avrebbe dovuto dire 'Comandante, siamo sugli scogli!' e invece stettero zitti". Colpa loro, insomma. It's not my fault, come prova sempre a dire Bart Simpson.

Purtroppo non tramonta la suggestione di Francesco Schettino come homo italicus nel senso più deleterio. È un uomo che definisce "stupidata" un comportamento capace di terminare trentadue esistenze e che liquida un documento procedurale, il damage control booklet della nave, come "un manuale delle giovani marmotte". Inoltre, pesca espressioni colorite. Al Giglio si è avvicinato perché voleva "prendere tre piccioni con una fava": cioè omaggiare un ex comandante storico delle crociere, fare un favore al maitre isolano, e regalare ai crocieristi l'emozione di un passaggio ravvicinato, per un "aspetto commerciale".

Un italiano che avrebbe interessato Alberto Sordi: le telecamere spente, la deresponsabilizzazione. E qualche espressione non adeguata. Già. Quella non può mancare.

@fbrancoli

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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