Il dolore
Emily Young, la musa che ispirò i Pink Floyd vive in Maremma
La più grande scultrice del Regno Unito vive in provincia di Grosseto dove ha comprato un antico convento: per 30 anni non ha saputo di essere la ragazza cantata nella hit - ENGLISH VERSION
BATIGNANO. Per 30 anni non aveva saputo niente, poi un giorno la chiamò un amico che le rivelò un segreto appena scoperto in un libro... «Ehi, ma lo sai che la Emily dei Pink Floyd sei tu?»
Che storia. Era il 1967 quando proprio lei, la sedicenne Emily Young dai lunghi capelli neri e lo sguardo magnetico, fu avvistata una sera a Londra da Syd Barrett, il mitico frontman dei Pink Floyd che ne trasse ispirazione per un singolo, “See Emily play”, inciso nel 1967 e rimasto per settimane ai vertici della classifica inglese. Lei non l’ha mai saputo finché anni fa un amico non ha letto una biografia e scoperto il mistero. Oggi quella ragazza ha 63 anni ed è considerata la più grande scultrice vivente del Regno Unito. Vive in Maremma dove ha comprato un antico monastero - il Convento di santa Croce - e scolpisce le sue opere in un’atmosfera di magica sacralità.
«Buongiorno», sorride spalancandoci la porta; è una mattina di novembre. Capelli corti neri, volto molto bello e intenso, occhi blu e modi gentili, l’artista/musa del rock ci dà il benvenuto nel suo monastero, voluto nel ’600 dal venerabile padre Giovanni degli Agostiniani scalzi (ordine nato dalla Controriforma) e già proprietà, fino a poco tempo fa, di un altro artista inglese, l’amico scenografo Adam Pollock che se n’era innamorato perdutamente. Olivi secolari e colline sconfinate circondano il chiostro, il convento caldo di vita e le stanze dei monaci dove si respira una pace antica che l’artista cercava da tempo.
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Questo luogo fantastico, che in ogni angolo evoca - tra stucchi e lunette - la figura di Giovanni, è stato per anni grazie a Pollock il cuore pulsante di un festival musicale celebre nel mondo, prima di trasformarsi in un nuovo affascinante cantiere d’arte, pullulante di sculture. Un bellissimo museo en plein air: un Orfeo dalle dimensioni colossali è in costruzione; spettacolari teste e dischi spuntano tra lacrime e archi di luce. Alabastro, onice e malachite. Pietre estratte dalla montagna amiatina sono capolavori di un’esposizione permanente di cui il convento è museo privilegiato. «Questa montagna - dice Emily - è sacra per l'Italia».
Emily, nata a Londra nel 1951, è cresciuta in un ambiente di artisti e scrittori. Il padre era corrispondente del The Guardian in Italia, la madre lavorava al ministero degli esteri ed era collega della madre di Pollock. La nonna Kathleen Scott era scultrice, allieva di Auguste Rodin e moglie di un esploratore dell’Antartico, il capitano Scott. Il marito, morto da tempo, è stato musicista e fondatore della Penguin Cafe Orchestra, celebre ensemble del Regno Unito. Emily ha viaggiato molto e vissuto in Francia, America, India e Roma. Galeotte le vacanze con la famiglia in Lazio e Toscana in cui da piccola - grazie all’amicizia familiare con Pollock - ha scoperto per la prima volta questo convento «provando subito un’emozione fortissima», destinata a legarla per sempre a questa terra.
Risale al 1967 un altro incontro formidabile in un locale underground di Londra. A quei tempi Emily era conosciuta come la “studentessa psichedelica” e le cronache inglesi raccontano come lei, una sera, fosse a ballare con l’amica coetanea Anjelica Huston, mentre sul palco si esibiva una giovanissima band emergente che stava lentamente conquistando la scena musicale, i Pink Floyd.
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«Io ballavo, loro suonavano - racconta lei - Io e Syd abbiamo parlato, non c’è stato altro. Lui era un poeta fantastico, una creatura deliziosa. Ha scritto questa canzone dopo un sogno in cui ero apparsa io». Un sogno - dice - frutto di un esaltante mix di genio creativo, droghe e poesia.
Il testo: Emily tries but misunderstands / She's often inclined to borrow / Somebody's dreams till tomorrow / There is no other day / Let's try it another way / You'll loose your mind and play / Free games today / See Emily play / Soon after dark Emily cries / Gazing through trees in sorrow / Hardly a sound till tomorrow / Put on a gown that touches the ground / Float on a river / For ever and ever / Emily, Emily
La traduzione: Emily prova ma non capisce / Ha spesso la tendenza a prendere in prestito / I sogni di qualcun altro fino al giorno dopo / Non c'è un altro giorno / Proviamo in un altro modo / Libererai la tua mente e giocherai / Giochi gratis oggi / Guarda Emily che gioca / Dopo che è sceso il buio Emily piange / Guarda fissa attraverso gli alberi, afflitta / Quasi non emette un suono fino all’indomani / Indossa un vestito che tocca terra / Galleggia su un fiume / Per sempre / Emily, Emily
Il video in bianco e nero, diventato famosissimo, mostra una ragazzina che corre in una foresta e nelle stanze vuote di un palazzo, fugge o gioca in un’atmosfera spettrale, rarefatta e visionaria facendo zig zag tra gli alberi. Ha lunghi capelli neri come lei, Emily. Anzi è proprio Emily come appare nel sogno di Syd, trasfigurata in una fuga perpetua. Inafferrabile com’è apparsa quella notte, ma afferrata e cristallizzata per sempre nella canzone.
È stata una biografia dei Pink Floyd, “Saucerful of secrets” di Nicholas Schaffner, a svelare nel 1992 l’identità di Emily, ricostruita incrociando nomi e storie come un grande puzzle che si è ricomposto nel tempo. Syd Barrett è morto nel 2006.
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Se domandiamo alla scultrice di raccontarci nei dettagli questa bellissima storia, lei scuote le mani. No story. «Alla fine non c’è stata nessuna storia tra me e lui, non è stato nient’altro che un sogno creato dalla sua testa. E io non sono che un nome in una canzone...». Sì, ma che nome, e che canzone.
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Oggi Emily Young sgrana gli occhi, mentre ricostruisce i voli pindarici dei sogni e la strabiliante parabola dei destini umani. Lei, icona musicale, è nel frattempo diventata un’artista, la più celebre, la più osannata del Regno Unito. È là che trova la fama, ma a un certo punto sente il richiamo di quest’altro angolo di mondo e lascia tutto. «A Londra avevo troppe distrazioni, qui sto bene perché sono a contatto con la natura, il vento e gli uccelli».
Nel suo convento la pietra è sovrana. Scandisce le sue giornate, è la signora di tutto, la sua interlocutrice privilegiata. Calma e immobile, il suo immobilismo è una saggezza che attraversa i secoli e «ci racconta i millenni, l’aria, l’acqua, i terremoti e i vulcani. Era inaccettabile per me non stare in comunicazione con la natura e non mettere i miei pensieri nella pietra», racconta Emily, secondo la quale l’arte racchiude anche un messaggio politico. «L’uomo con la sua arroganza mette la natura a rischio, sfruttandola male e non proteggendola. Invece la natura è sacra e va rispettata. Vorrei che chi osserva una mia scultura ci vedesse dentro questo, la stillness (la quiete, ndr) e che le mie opere riuscissero a esprimere un messaggio di salvezza, di quiete e rispetto».
Il New York Times: Emily Young e quel senso di calma totale
Una quiete che non implica - comunque - solitudine e isolamento. Il suo monastero pullula sempre di persone, assistenti, studiosi e professori. Lei li accoglie umile, socievole e sorridente. Difatti una sua aspirazione è quella di aprire il convento al mondo - con mostre e concerti - per dimostrare che con l’arte si può raggiungere una pacificazione tra uomo e natura. «Ti prego, se puoi scrivilo», chiede. Suo figlio, musicista londinese della Penguin orchestra che ha ereditato il talento del padre, potrebbe esibirsi presto a Batignano. E così la musica tornerebbe sovrana, evocando le atmosfere magiche di Pollock o il leggendario genio di Syd, che di lei fece una musa.
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