Sicurezza
Giustizia e perdono, emoziona l’incontro con Claudia e Irene
La vedova di Santarelli e la madre di Gorelli a Santa Lucia presentano la loro associazione “AmiCainoAbele”
GROSSETO. «Non c’è giustizia senza perdono». Le parole usate da Giovanni Paolo II vengono ripetute più volte nella “Tenda dell’incontro”, allestita alla festa di Santa Lucia. Il primo a pronunciarle è don Enzo Capitani. In un certo senso, è sua l’idea del confronto visto ieri. Poi le riprende Irene Sisi, madre di un ragazzo condannato a 20 anni per omicidio. E poco dopo Claudia Francardi, vedova di un carabiniere.
Irene e Claudia: due donne, due storie intrecciate da un dramma. Quello di Antonio e Matteo: il primo, Santarelli, appuntato 44enne della compagnia di Pitigliano, morto dopo un anno di agonia per le bastonate date dal secondo, Gorelli, che di anni oggi ne ha 24, mentre andava a un rave party con altri tre amici. Antonio lo fermò al posto di blocco per un controllo il 25 aprile 2011, Matteo lo aggredì per fuggire. Una storia ripercorsa ieri dalle due donne, durante la presentazione dell’associazione che hanno fondato insieme, “AmiCainoAbele”, perché questo dramma possa essere in qualche modo d’aiuto agli altri. «Andiamo nelle scuole e nei carceri per raccontare la nostra esperienza» spiega la madre. Ma l’incontro è soprattutto un viaggio dentro l’animo di Claudia e Irene, che ha portato dal dolore al perdono.
Allora vengono fuori tappe ancora sconosciute, come che Matteo, nei primi momenti in carcere, abbia anche pensato al suicidio. E c’è anche una domanda che si rincorre, rivolta alla vedova: «come si fa a incontrare la madre di chi ha ucciso il tuo amore?». Serve ripercorre il viaggio per capirlo. Il primo passo lo fa Irene. «Tornavamo insieme da Milano dove avevamo incontrato Matteo, che sconta la pena nella comunità di don Mazzi, quando ci siamo chieste: come possiamo fare per dare conforto a persone che sono nella nostra situazione?». Così è nata AmiCainoAbele. Irene però è mamma e difende suo figlio, per quel che può. «Matteo si è assunto tutte le responsabilità di quel che ha fatto e ha cercato Claudia per fargli sapere che aveva capito la gravità del suo gesto».
Poi parla Claudia, che si alza per stemperare l’emozione. «In molti mi chiedono se sono pazza» esordisce. Parla del suo dolore, dei giorni dopo l’aggressione, di suo marito ridotto a un vegetale, dei medici che le spiegano che non si sveglierà mai più, della depressione. Irene ascolta questa storia già sentita, si morde le labbra, abbassa lo sguardo. «Un giorno poi ricevetti la lettera di una donna, di una madre che chiedeva il mio perdono. Che voleva incontrarmi. Io desideravo che Matteo vedesse Antonio, per capire il male che aveva fatto. Ma era in carcere e non poteva. Allora invitai Irene, che accettò». Arrivò l’incontro, l’abbraccio, la preghiera comune perché «Antonio venga liberato e possa salire nell’alto dei cieli». Preghiere che verranno esaudite una mattina di maggio. «A quel punto ho sentito una grande pace» confessa Claudia. Poco dopo, arriva la condanna in primo grado: ergastolo. «Provai un dolore infinito» racconta Claudia. E arrivò anche a quel punto il momento di incontrare Matteo. «Non volevo vivere nella rabbia, non volevo avvizzirmi con gli occhi spenti di chi vive nell’odio. Non volevo che quella fosse la mia vita». E sotto la neve milanese, due anni dopo quel 25 aprile, abbracciò Matteo. E con lui il perdono.
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