Sicurezza
Uccise la compagna e la gettò nel dirupo: l’udienza si avvicina
Irina fu strangolata dal suo compagno, Sergio Bertini, scaduti i termini per la richiesta di rinvio a giudizio
Probabilmente la richiesta di rinvio a giudizio c’è già perché i termini sono scaduti ieri. E l’udienza per decidere se mandare o meno a processo Sergio Bertini, il tecnico informatico quarantasettenne, accusato di aver ucciso la sua compagna strangolandola e poi di aver fatto sparire il corpo della donna gettandolo in un dirupo a Punta Ciana, all’Argentario, si terrà in tempi stretti. Anche perché i termini di custodia per il tecnico informatico scadono il 24 ottobre e ben prima di quella data si dovrà decidere se e come andare a processo. Pochi sono gli elementi in più che i carabinieri hanno raccolto sull’uccisione di Irina Meyntser, la quarantasettenne ucraina uccisa quasi un anno fa nell’appartamento dove la coppia viveva in via Ansedonia. Al terzo piano di una palazzina come tante altre, dove tra le mani di Bertini e il collo della sua compagna era scivolato, quella sera, un velo che non aveva permesso a nessuno dei due di capire cosa stesse succedendo. «Volevo solo abbracciarla», aveva detto Sergio tra le lacrime, durante l’interrogatorio reso di fronte al Procuratore capo di Grosseto Francesco Verusio e ai sostituti Laura D’Amelio e Marco Nassi. Un velo tessuto da incroci di gelosia, di litigi continui, di alti e bassi che avevano portato la donna a cercare di allontanarsi da lui. Bertini l’aveva corteggiata e conquistata dopo averla conosciuta in un locale dove si balla latinoamericano. Poi, quella donna venuta dall’Est era diventata la sua compagna. Il nome di Irina lui lo aveva voluto accanto al suo sul campanello di casa. In quel loro rifugio, dove la Irina ha smesso di respirare un mercoledì sera dopo una lite. Lei aveva cercato di difendersi e sulle braccia di Sergio erano rimasti dei graffi: li aveva visti, due giorni dopo, l’amica della donna che aveva dato l’allarme alla polizia, perché a lei la storia raccontata dal tecnico informatico, che aveva denunciato la scomparsa di Irina anche a “Chi l’ha visto?”, non tornava per niente. C’erano dei dettagli, nel racconto dell’uomo, che non convincevano chi la conosceva bene. E quando Bertini si è trovato di fronte a quel corpo, scoperto da alcuni cacciatori che stavano camminando su un sentiero a Punta Ciana proprio sopra cala Purgatorio, non ha retto al dolore. L’ha riconosciuta dal colore dello smalto delle unghie. Perché quel che restava di Irina era un corpo in avanzato stato di decomposizione. In quel dirupo, alto meno di tre metri, dove il corpo della donna era stato abbandonato perché i cinghiali facessero il loro servizio e ne cancellassero ogni traccia, si è consumata una delle storie più tragiche di Grosseto. Una storia che poche settimane dopo si è intrecciata con quella di un’altra donna che non c’è più, Francesca Benetti, il cui corpo, però, non è mai stato trovato. Dalla fine di ottobre dell’anno scorso, Sergio Bertini è in carcere. Legge, prega. Scrive. E tante volte in questi mesi ha detto al suo difensore, l’avvocato Tommaso Galletti, che avrebbe fatto qualunque cosa per riavvolgere il nastro e tornare a quella notte. Oggi non si sarebbe avvicinato al collo di Irina, non l’avrebbe abbracciata così forte da ucciderla. Ma indietro non si può tornare. Lo ha fatto solo la salma della donna, chiusa in una cassa e rimandata nel suo Paese d’origine. A Grosseto tutto è rimasto uguale, immobile come quella notte. E ora, con la richiesta di rinvio a giudizio ci sarà un imputato, Sergio Bertini, che dovrà rispondere di omicidio volontario pluriaggravato con la premeditazione e l’abuso di relazioni domestiche.
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