Il Tirreno

Grosseto

«Monossido, i sensori dovrebbero essere obbligatori»

di Elisabetta Giorgi
«Monossido, i sensori dovrebbero essere obbligatori»

La tragedia dei tre sub morti alle Formiche: intervista a Diego Olivari, follonichese presidente nazionale dei medici subacquei iperbarici

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GROSSETO. La tragedia dei subacquei alle Formiche avrebbe avuto di sicuro un altro epilogo se ci fossero stati rilevatori di monossido, che avessero accertato una presenza così abnorme di gas tossico. Ad oggi però in Italia i sensori non sono obbligatori, nessuna legge li impone. Forse è arrivato il momento - spiega Diego Olivari (nella foto), 41 anni, medico iperbarico pistoiese che vive e lavora a Follonica, ed è presidente dell'Amsei, associazione nazionale medici subacquei iperbarici italiani - che il vuoto normativo sia riempito e i rilevatori siano introdotti "per legge nella subacquea ricreativa".

Olivari, subacqueo tecnico e medico responsabile dell'ambulatorio di medicina subacquea nella sede della Diving System a Valpiana, è un medico di vasta esperienza. Ha lavorato al progetto di recupero della Concordia, e con il collega Stefano Brambilla studia i profili decompressivi per le immersioni estreme delle sperimentazioni e dei record o in ambito tecnico industriale. Due storie tra tutte: Olivari ha curato le tabelle per Michele Geraci, il vigile del fuoco che il 18 luglio scorso ha tentato il record mondiale di profondità a 340 metri. E ha seguito Paolo De Vizzi, il subacqueo che a 22 ani rimase vittima di un incidente stradale, e rimasto in carrozzina nel 2013 ha ottenuto il record mondiale di permanenza in acqua, per 34 ore.

Dottor Olivari: sulla tragedia delle Formiche, quale idea si è fatto di una presenza così forte di monossido? Iniziamo dal compressore.

«Un compressore può creare una quantità minima , proprio irrisoria di monossido per una combustione incompleta dovuta al surriscaldamento degli oli presenti nella macchina stessa. I compressori usati sono a scoppio: hanno il motore a carburante, quindi producono di per sé monossido che viene rilasciato dal tubo di scarico come per le macchine all'esterno. Ma nel caso in questione, quelle dosi sono talmente alte che non possono essere prodotte dal compressore: devono essere state aspirate dall'esterno. Sono dosi che ho visto solo nei pazienti in coma per via delle stufette».

Ci ricordi queste dosi

«La più alta era 2400 parti per milione. Consideri che a un'atmosfera, a una pressione sul livello del mare, con quella dose si muore in 20 minuti. Corrisponde allo 0,2% di monossido di carbonio; che è tanto e già a un'atmosfera lo è. Questi sub l'hanno respirata a 5 atmosfere: hanno respirato quasi l'1 % di monossido, perché ovviamente la pressione parziale aumenta con l'immersione e la profondità. Dall'autopsia l'emoglobina legata al monossido di carbonio era il 90%. Io così non ho trovato nemmeno pazienti in coma trattati in camera iperbarica».

Com'è possibile che tutto questo monossido sia stato aspirato dall'atmosfera?

«Quando si effettua una ricarica bisogna che l'aspirazione dell'aria che poi va compressa nelle bombole sia posizionata in una zona di aria pulita. Mi viene da pensare che qui il punto di aspirazione fosse in una zona molto contaminata. O vicino allo scarico di una barca o di un'altra barca: sembra una dose presente a due metri di distanza dal tubo di scappamento di una macchina accesa».

Il filtro del compressore quale ruolo può aver avuto?

«Il problema è che i filtri del compressore trattengono le particelle di carbone. Le particelle che hanno sapore e odore sono filtrate e trattenute. Ma il monossido no. Quello è inodore, incolore e insapore. Non è filtrato. Ci sono tipi di filtri usati per lavorazioni particolari, per navicelle spaziali, ma non per immersioni sub».

Possibile che un diver esperto carichi aria in un punto così contaminato?

«O non se n'è accorto o, altra ipotesi, è girato il vento».

Conosce questo diving?

«Io conosco molti diving della zona. Questo (Abc diving, di Andrea Montrone, ndr) non lo conosco ma ne ho sempre sentito parlare bene».

Mettersi in mano a professionisti esperti e di fama e scoprire che nelle loro bombole può finire il monossido… Insomma: la subacquea è un'attività pericolosa?

«In Italia gli standard possono essere migliorati. La grande carenza è di tipo normativo. Non esiste in Italia una norma che obblighi l'analisi del contenuto delle bombole nelle immersioni ricreative. Io lavoro molto nel commercial diving, quindi con immersioni professionali, di lavoro (gli operatori tecnici subacquei, ots). Lì c'è una norma che prevede l'analisi di tutte le bombole o pacchi di bombole usati. Ecco: trasferire una norma del genere anche nel diving ricreativo sarebbe una cosa semplice da realizzare e che farebbe stare tutti al sicuro. Un sensore per monossido di carbonio costa 250 euro, altri 200 un sensore per la Co2. Con 450-500 euro avremmo tutti i sensori per le sostanze pericolose. Con questa cifra si può salvare la vita».

Può capitare qualche avventatezza tra i sub? Che qualcuno valichi la frontiera dei 39 metri di un'immersione ricreativa senza addestramento o brevetto ad hoc?

«Capita, sì. Si possono trovare istruttori che calcano meno la mano sulla sicurezza. Su questo fronte la diffusione delle didattiche è fondamentale, così come l'importanza da parte dei sub di rimanere entro i livelli di addestramento».

Conosceva i subacquei morti alle Formiche?

«Sì. Conoscevo il medico morto, Giaimo: mi aveva invitato a parlare di medicina subacquea in un convegno a Perugia. Conosco bene anche l'istruttore che era con loro, e che è sopravvissuto, ho fatto anche delle immersioni con lui. Tutta gente di una certa esperienza, e che ha fatto un'immersione abbondantemente entro i propri limiti. Ma in quei casi lì non c'è niente di fare».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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