Sicurezza
Il paese si mobilita contro le biomasse
Roccastrada, 250 persone al centro civico per discutere della centrale in progetto e tanti dubbi, dalla salute al lavoro
ROCCASTRADA. Neppure per la discarica alla Bartolina e per la discussa coltivazione del caolino a Piloni la mobilitazione di Roccastrada era stata così alta. Non si vedevano tante persone (soprattutto giovani) al centro civico da anni. Mercoledì sera è arrivata la dimostrazione che qualcosa sta cambiando davvero nella volontà di partecipazione.
Oltre 250 cittadini hanno letteralmente intasato il centro civico per discutere di un tema che preoccupa assai: l’impianto a biomasse nel bacino del gesso. L’incontro pubblico era organizzato dal Comitato Val di Farma, associazione apartitica, «perché la salute non ha colore», ha detto Loretta Pizzetti.
In apertura c’è stata una breve introduzione informativa sull’iter e le problematiche connesse all’uso delle biomasse, poi la proiezione di un video informativo (di circa 10 minuti). Infine l’operatività: il gruppo – sempre più numeroso – ha fatto il punto sui compiti assegnati nel corso della riunione precedente e subito dopo è stato messo a punto un programma per procedere con la campagna divulgativa e avviare una raccolta firme.
«In questa battaglia – ha detto ancora la Pizzetti – è fondamentale essere precisi. Non barare. Tutti. Girano già sms e post contenenti informazioni non corrette relativamente all’impianto, ma soprattutto alle attività del Comitato. È importante che ogni cittadino si accerti personalmente di cosa si va a discutere; è importante non affidarsi al sentito dire». La riunione, a parte qualche sporadica deriva propagandistica, è stata costruttiva e il centro civico si è dimostrato inadatto a ricevere le oltre 250 persone che si sono presentate. La prossima riunione si svolgerà in una struttura più idonea. Ma veniamo ai nodi.
I dubbi sono molteplici. «Dove si andranno a trovare, per esempio, 60mila tonnellate di legna all’anno da bruciare, per i prossimi 20-30 anni, così da permettere il funzionamento della centrale da 5 Megawatt? E uno studio sui venti nel territorio è stato commissionato oppure si va a fiducia? A chi toccherà respirare quei fumi e le polveri sottili? A Roccastrada o a Sassofortino? E infine chi controllerà che lì dentro in futuro non si bruci qualcos’altro?». Sono le domande dell’esponente di Insieme per Roccastrada, Moreno Bellettini. Interrogativi legittimi.
Chi ha studiato la materia suggerisce che con il trascorrere del tempo il costo dell’energia invece di diminuire aumenta a causa delle spese per il reperimento del legno. Sullo sfondo lo pseudo ricatto dei posti di lavoro che si perderebbero nel settore delle cave del gesso se l’operazione non dovesse andare in porto. Un film già visto, dalla trama scontata. «La comunità scientifica nazionale e internazionale – ha ripetuto anche mercoledì sera Loretta Pizzetti, leader della battaglie ambientaliste sul territorio – cioè coloro che si occupano delle nanopatologie, è concorde nel ritenere altamente nocivi gli impatti sull’ambiente e sulla salute causati dalle emissioni delle centrali a biomasse». La Pizzetti ha insisto sulla questione delle polveri sottili e sull’alimentazione.
«Per governare una centrale di questa potenza (che deve funzionare 24h per 365 giorni all’anno) sono necessarie circa 60mila tonnellate di legna all’anno, corrispondenti a circa mille ettari di bosco. Bisogna considerare che ci sono una trentina di progetti per la realizzazione di centrali a biomasse di varia potenza nella sola provincia di Grosseto, tutte a filiera corta (altrimenti saltano gli incentivi), numeri sproporzionati in considerazione della biomassa legnosa prodotta in provincia di Grosseto e del fatto che in Maremma esistono già altri progetti di impianti che attingono dallo stesso bacino forestale».
Altro dubbio della gente è quello di cosa finirà dentro all’impianto. «C’è la possibilità – si chiedono i cittadini – che vengano bruciati anche rifiuti industriali e urbani visto che la normativa attuale assoggetta alle biomasse anche scarti di rifiuti solidi urbani e visto il continuo fabbisogno di combustibile? Esiste il rischio di una riconversione a vero e proprio inceneritori?». Il rischio, in effetti, esiste.
Infine il cosiddetto ricatto occupazionale. Nonostante il progetto venga giustificato per garantire il proseguimento delle attività della cava dei gessi, nessuno ha dato garanzie sul mantenimento effettivo dei posti di lavoro: come escludere che possa trattarsi di un pretesto utile a un ricatto occupazionale diretto solo all’accesso agli incentivi? E quando gli incentivi finiranno cosa succederà ai lavoratori? Infine aumenterà a dismisura il traffico pesante per il trasporto della legna e il materiale da bruciare. Sul tavolo del sindaco Francesco Limatola rimbalzano queste considerazioni.
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