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Grosseto

Putin dice «niet» al pecorino di Manciano

di Francesca Ferri ; di Francesca Ferri
Putin dice «niet» al pecorino di Manciano

Insieme alla ricotta è tra i prodotti sotto embargo. Il presidente Santarelli: «In fumo 10 anni di investimenti, posti a rischio»

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MANCIANO. Niet. Il pecorino di Manciano in Russia non può più essere venduto. L’embargo dei prodotti agroalimentari europei imposto dal presidente Putin come reazione alle sanzioni del Vecchio continente a Mosca per la questione dell’Ucraina dell’est colpisce uno dei prodotti simbolo della Maremma, fiore all’occhiello della celebre produzione casearia nostrana.

Nella lista dei cibi che non possono più varcare la frontiera, oltre a olio, pasta, marmellate, frutta e verdura e pesce, compaiono, infatti, anche latte e latticini. E il pecorino e la ricotta del caseificio sociale di Manciano, che negli ultimi 10 anni sono comparsi sulle tavole dei russi, sono tra questi.

Insomma, niente più forme di pecorino e canestrini di ricotta made in Maremma negli eleganti “gastronomy” di via Tverskaja a Mosca e nemmeno nei menu dei più raffinati e costosi “rjestorany” del lungo Neva. Una privazione inflitta ai palati dei russi ma soprattutto un danno ingentissimo per i caseificio – fondato nel 1961 e che oggi associa 330 produttori di latte, già alle prese con il problema dei predatori che quasi ogni giorno ne decimano le greggi – e per tutta la catena di commercializzazione.

L’allarme è stato lanciato ieri dalla Coldiretti Toscana che stima che in tutta la regione il comparto agroalimentare non più ammesso sul mercato russo costerà al made in Tuscany 8 milioni di euro.

«Lo stop alle importazioni di prodotti agroalimentari – spiega il presidente dell’azienda maremmana, Carlo Santarelli – ha mandato in fumo dieci anni di investimenti e sacrifici in un mercato difficile da aggredire. I nostri importatori russi ci hanno chiamati all’indomani dell’embargo per segnalarci che il nostro formaggio non poteva più essere sdoganato. E nemmeno la spedizione in corso, del valore di 25mila euro, è passata. L’hanno rimandata indietro. Avevamo altre spedizioni in corso, già programmate: sono state annullate».

Il giro d’affari in Russia del caseificio di Manciano si aggira sui 250-300mila euro l’anno. «Abbiamo iniziato 10 anni fa, faticosamente – spiega ancora Santarelli – per far conoscere il prodotto. Il trend ultimamente è stato sempre positivo e i dati del primo semestre 2014 segnalavano i presupposti per una crescita, tanto volevamo aumentare l’export».

In questo settore il mercato russo rappresenta per il caseificio di Manciano una fetta pari al 40-50 per cento nonostante il caseificio raggiunga solo una fascia di consumatori. Epperò è la fascia più alta.

«Le spese di spedizione – spiega Santarelli – fanno lievitare il costo finale del prodotto. Per questo il nostro pecorino e la nostra ricotta sono presenti nella grande ristorazione e nelle “boutique del gusto”». Insomma, nei menu stellati e nelle gastronomie di un certo livello i prodotti mancianesi fanno bella figura a fianco di caviale e aringhe marinate.

«Tutte le settimane – prosegue – c’era una spedizione. Quando i nostri importatori ci hanno chiamato per avvertirci dell’embargo, si strappavano i capelli. Perché questi prodotti vengono a mancare anche a loro. E sono prodotti che non si possono sostituire con altri».

I consumatori russi avrebbero protestato, ma ciò non consola Santarelli: «Non credo che Putin stia a sentire le loro e le nostre ragioni...».

Santarelli non nasconde che la preoccupazione sta crescendo di giorno in giorno. «Quando hanno imposto l’embargo – spiega – pensavamo fosse una cosa temporanea. E invece ora temiamo che le cose vadano per le lunghe». E a lungo termine le ripercussioni sul lavoro del caseificio e sull’occupazione potrebbero essere disastrose.

«Al momento non è successo niente – dice Santarelli – abbiamo assorbito il primo mese di penalizzazione. Ma se va avanti così ci sarà una ripercussione sul personale. Una o due persone potrebbero essere a rischio». Possono invece star tranquilli, al momento, i 330 allevatori che conferiscono il latte. «Il caseificio ha l’obbligo di ritirare tutto il latte prodotto – spiega Santarelli –; ne faremmo del formaggio comunque. Se avremo meno reddito, però, non escludo che il prezzo del latte possa abbassarsi».

Sul caso è intervenuto ieri anche il ministro delle Politiche agricole alimentari e forestali e presidente di turno del Consiglio dei ministri dell’agricoltura e della pesca della Ue, Maurizio Martina. «È necessaria una misura rapida – ha detto – mirata al servizio delle imprese, che non abbia controindicazioni o difficoltà operative, per evitare ingiuste penalizzazioni ai nostri agricoltori».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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