Il dolore
La geotermia arriva a Saturnia
Una società milanese chiede il permesso di ricerca. Ma Beni comuni attacca: «Pericolo per la falda»
MANCIANO. Un impianto geotermico a un passo dal paradiso termale di Saturnia. È questo il progetto “Macchia Casella” della società milanese Vega Engineering srl, che il 26 giugno ha presentato in Regione la richiesta di cercare eventuali bacini geotermici nella campagna di Manciano. Il campo di ricerca misura 2.200 ettari e si trova sulla sponda meridionale dell’Albegna, a cavallo tra i comuni di Scansano e Manciano. L’intento della società è scovare un bacino da poter sfruttare per farne energia mediante una centrale da 4 Megawatt al massimo, a ciclo binario, del tipo cioè meno impattante, senza sbuffi di vapore all’esterno.
La Vega Engineering è convinta di avere buone probabilità di successo. Del resto non serve essere dei geologi per capire che il sottosuolo, da quelle parti, è particolarmente generoso di calore. In caso di ricerche positive, la società progetta di perforare pozzi fino a 2mila metri di profondità, si legge nel progetto, per pescare acqua a 100-120 gradi.
Ma se la Vega Engineering è fiduciosa, non altrettanto entusiasti sono gli attivisti del comitato Beni comuni di Manciano. Che ieri, alla scadenza del termine per presentare le osservazioni alla richiesta di Via, hanno inviato alla Regione un dossier dove spiegano come e perché il progetto, a loro giudizio, sarebbe devastante per il bacino termale, preziosa fonte di benessere per i cittadini, settore trainante per l’economia e risorsa ambientale di inestimabile valore.
Il timore del comitato è che a scavare pozzi e succhiare il fluido geotermico questo possa finire nella falda acquifera, compromettendola con effetti irreversibili. Nel fludio, infatti, sono contenute sostante pericolose come arsenico, antimonio, mercurio. «Il campo di ricerca ristretto – spiega per il Comitato Andrea Marciani nelle osservazioni – poggia in gran parte nella zona apicale dell’acquifero della pianura di Albegna, con una capacità volumetrica di 876 milioni di metri cubi d’acqua. È fin troppo evidente come questa importante riserva sia messa a repentaglio dal progetto e, essendone consapevole anche il proponente, questi ha fatto grandi sforzi per minimizzarne i rischi».
Secondo la Vega nel sottosuolo ci sarebbe una fascia impermeabile che separa e protegge le falde idropotabili. Beni comuni, invece, cita uno studio della Regione che spiega come il sottosuolo lì sia caratterizzato da un alternarsi continuo di sabbie e ghiaia e lenti limo argillose, dunque sarebbe difficile dire se esistono o no zone stagne. Ci sarebbe il rischio che, a forare il sottosuolo, il fluido geotermico finisca nella falda. La prudenza per il comitato è d’obbligo poiché il limite est dell’area di ricerca è ad appena 3,6 Km da Saturnia. Ora la parola spetta alla Regione.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
