Sicurezza
Minaccia d’investire due bambini in bici
Ripreso dalla telecamera dell’ammiraglia che seguiva i due dodicenni che si stavano allenando, la rabbia del padre
GROSSETO. Un suv potente, pesante almeno otto quintali. Un’auto, che ha stretto addosso a un ciclista rischiando di ucciderlo insieme alla sua bambina, che ha 12 anni e che insieme a un altro ragazzino della sua età si stava allenando sulla strada che porta al bivio di Punta Ala in sella alla bici da corsa. Non è il racconto di un babbo e di un ciclista arrabbiato, quello del quale stiamo scrivendo, bensì è un racconto per immagini: quelle riprese dalla telecamera dell’auto ammiraglia che stava seguendo l’allenamento di tre ciclisti. E che Simone Galli, appassionato delle due ruote da una vita, ha deciso, a distanza di una settimana, di pubblicare su Facebook.
Non è stata una “stretta” involontaria, quella tra il suv e la bici sulla quale viaggiava Galli. Si vede bene nel video: l’uomo che era al volante sterza, rallenta e si avvicina prima alla bambina che è davanti, poi al ciclista, rischiando di ammazzarli. «Mi ero già sganciato il pedale dalla scarpa - racconta - per allontanrmi da quell’auto. Forse sarei caduto nel fosso, ma almeno non sarei stato travolto da quell’auto». Ma perché tutto questo livore nei confronti dei tre ciclisti? Lo racconta Galli, che di chilometri sulle strade in sella alla due ruote ne ha fatti tantissimi. E ora, dopo aver corso anche nelle categorie dilettanti, ha passato il testimone a sua figlia, che ha 12 anni.
«I bambini si stavano allenando - spiega - e io ero dietro per fare loro da scudo, come sempre. Dietro di noi c’era l’auto ammiraglia con le quattro frecce e il cartello che segnalava la presenza di ciclisti sulla strada». Il Suv è arrivato da dietro, ha sorpassato l’ammiraglia e l’uomo che era al volante ha cominciato a suonare il clacson insistentemente. «Un atteggiamento questo, tra i più pericolosi quando ci sono ciclisti sulla strada - dice Galli - perché le auto dovrebbero sì segnalare la loro presenza ma per fare questo basta un colpo di clacson, non tenerci la mano sopra. I bambini si sono irrigiditi e si sono voltati, rischiando di finire in mezzo alla strada e di essere investiti». Galli, preoccupato per quello che sarebbe potuto succedere e stizzito per l’atteggiamento dell’autista ha alzato un braccio, mimando il gesto di mandarlo a quel paese. «È vero, l’ho fatto - dice - e se l’autista si fosse fermato e mi avesse detto qualcosa sarei stato zitto e avrei chiesto scusa. Invece ha tentato di investirmi, rischiando di prendere in pieno non solo me, ma i bambini che erano davanti alla mia bicicletta». Galli, quando si è reso conto della situazione ha urlato ai bambini di non voltarsi. «Volevo evitare che vedessero l’auto che mi travolgeva - aggiunge - perché i centimetri di distanza erano davvero ridotti quasi a zero». Per fortuna però, tutto questo non è successo. Ma di quell’allenamento di sabato scorso è comunque rimasto il video girato dall’auto ammiraglia e poi pubblicato su Facebook. Un video dove si vede, dopo questo primo episodio, anche un altro comportamento per nulla corretto nei confronti dei ciclisti: una moto, che sfrecciava a oltre cento chilometri orari e che si avvicina ai ciclisti senza tener conto troppo delle conseguenze. «È un calvario fare questo sport in Italia - dice Galli - perché non ci sono piste ciclabili sulle quali potersi allenare e perché non c’è nemmeno rispetto del codice della strada. Quando ci sono dei minorenni infatti, il codice mi permetterebbe di accompagnarli pedalando in coppia con loro, e le auto dovrebbero stare a un metro e mezzo di distanza. Per noi andare in bici sulle strade della provincia è come se due squadre si mettessero a giocare a pallone in via della Pace». Senza tenere presente un altro fattore. «Le bici da corsa si chiamano così perché hanno determinate caratteristiche non perché sono solo da competizione - spiega Galli - sono esattamente come quelle da città o da passeggio. Noi avevamo caschi, guanti, scarpini e abbiamo rispettato il codice della strada, quell’auto sicuramente no».
Quell’auto ha preso la mira e ha stretto finché non ha potuto rischiando di travolgere due bambini e un padre che era andato a seguire un allenamento. Che pedalava dietro sua figlia, che per una settimana ha fatto fatica, per la paura, a salire di nuovo in sella. «E purtroppo - aggiunge il ciclista - di episodi di questo tipo se ne ripetono sempre più spesso. Anche ieri, mentre stavamo facendo un giro sulla strada che dal Gabellino porta a Roccatederighi abbiamo rischiato di essere investiti. E così non si può proprio andare avanti».
@francegori
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