Attenzione
Dopo il fallimento chiede giustizia a Papa Francesco
L’imprenditore Mario Monaci dopo 20 anni non si rassegna «La magistratura non si sta occupando del mio caso»
CASTEL DEL PIANO. Dato che è caduto nel vuoto il suo ultimo appello a un «magistrato di buona volontà» che si prenda a cuore una pratica che viaggia nei meandri della burocrazia da più di 20 anni, adesso Mario Monaci, di Castel del Piano vuole scrivere al Papa perché metta lui una buona parola in modo che la giustizia faccia il suo corso. «Eppure - dice Monaci - si riprendono in mano casi di 30 anni fa, come recentemente successo. Si analizza il Dna dopo decine di anni. E il mio caso? Perché tutti sono sordi alle rimostranze di una persona che ormai da più di 20 anni porta avanti una battaglia terribile per dimostrare di essere dalla parte della ragione? Non voglio soldi, non voglio nulla, solo una sentenza che mi dia finalmente ragione. Sostengo che mi è sparito più di un miliardo di vecchie lire».
L’appello, accorato e rabbioso insieme, alimentato da anni e anni di guerra nell’intricato mondo della giustizia, arriva da Castel del Piano, da Mario Monaci, un imprenditore che nel 1990 seppe del fallimento della sua azienda per telefono. Da allora non ha più pace.
«Quando vado a chiedere giustizia - dice - c’è un fuggi fuggi generale».
Una storia che ha del surreale, quella di Monaci, che col suo fascicolo alla mano che ormai sa a memoria racconta il suo calvario. «Dopo il fallimento - racconta - ho presentato un esposto querela alla procura di Genova contro banche, giudice, avvocati, elencando nomi cognomi, indirizzi e cifre derubate. Risposta? Fu chiesta l’archiviazione contro ignoti, quegli ignoti di cui avevo fornito generalità e indirizzi. Ho denunciato la cosa al presidente Repubblica e al Consiglio superiore della magistratura che per la terza volta mi risponde di aver passato la pratica alle varie Commissioni. Quali? Perduto tutto nei meandri della burocrazia. Quella di cui ho notizia, la penultima denuncia del 27 novembre 2012, esaminata dal presidente della I commissione la stanno ancora esaminando».
Monaci non si dà pace e chiede a gran voce: «Che fine hanno fatto i soldi che mi hanno rubato?».
Monaci urla a tutti il suo sdegno e sono 20 anni che trascorre la vita fra incartamenti e burocrazia in una battaglia che non è più solo personale. Infatti è vicepresidente dell’associazione “Diritti violati” che raccoglie i tanti che come lui pensano di non aver avuto giustizia e risposte esaurienti. «Sono solo un povero Cristo a cui nessuno presta orecchio. Possibile - afferma - che a nessun magistrato interessi indagare su queste che io definisco truffe? Si prendono in considerazione lettere anonime per sconfiggere evasioni e truffe e io che denuncia con tanto di firma e fornisco indirizzi, nomi e denunce, mi vedo archiviare o ignorare le cose che ho documentato mettendoci la faccia. Adesso non mi resta che Papa Francesco. Glielo chiederò in nome di quella giustizia di cui sempre parla, di implorare che qualche magistrato si prenda a cuore il mio caso. Vorrei che prima di morire mi dicessero: “Aveva ragione”. Tutto qui».
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