Proteste
Pane e acqua e borsone da 30 chili
Alam, bengalese: «Sono onesto, vorrei dimostrarlo». La vita grama degli abusivi
MARINA DI GROSSETO. Si vende di tutto, come al supermercato. Tranne i prodotti alimentari. Dalle borse agli indumenti più vari, aquiloni e ombrelli, giochi e sculture artigianali in legno. Qualcuno tira fuori di tasca orologi da polso di case prestigiose (patacche), catenine, braccialetti, brillanti. Uno show-room visitabile senza mai alzare il sedere dalla sdraio. C’è il tatuaggio a stampa, il libro, il piumone, il telo da mare che si fissa al lettino, gli occhiali da sole.
Arrivano dal Nord e dall’hinterland fiorentino. Non tutti hanno la predisposizione a socializzare. Quelli che volentieri accettano di parlare sono senegalesi, indiani, pakistani, cingalesi, bengalesi. Più recalcitranti al taccuino cinesi e venditori abusivi dell’area magrebina: «Io parlo se tu compra...».
A noi raccontano di essere in regola, di aver perso il lavoro. Si capisce che molti mentono, anche quando gli chiediamo dove dormono. Nessuno accenna alle dune, alla pineta. Eppure vengono da lì.
Un giovanissimo bengalese di nome Alam ammette di nascondere la merce in buche scavate nella sabbia, ma soprattutto di non avere un tetto. Si porta a spasso una bacheca che trabocca di ninnoli e peserà oltre 30 chili. Merce di provenienza cinese.
La vita in questa piccola-grande comunità di extracomunitari (la contraddizione in termini è voluta) è grama assai. «La sveglia è alle 7 – racconta Alam – per i pasti non c’è orario. Si mangia pane e si beve acqua. Io non faccio del male a nessuno e vorrei avere la possibilità di dimostrare ciò che so fare, che sono onesto. Ho fatto anche il cameriere, ma non mi pagavano. Vorrei restare qui in Italia o andare a Londra».
È davvero variegato il mondo dei vu’ cumprà. I marocchini ormai sono minoranza. Larbi a Marina ci viene da tanti anni. Arriva ad aprile, torna a casa a novembre. Dice che dorme da un amico. Nel suo paese vive in montagna, fa il pastore. Le donne cinesi offrono, con crescente successo, massaggi a 10 euro. Se chiedi loro il nome scappano. Alcune, a detta dei clienti, sono davvero brave e in effetti hanno lavoro. Una divisa, a tutti questi venditori abusivi di merci e servizi, incute terrore. Eppure nessuno pagherà mai un verbale, un decreto penale, un euro al fisco. I sequestri di merce vengono messi in conto e ogni tanto – quando c’è la cosiddetta retata – spuntano le vittime sacrificali. (g.b.)
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