Il Tirreno

Grosseto

Nuova Solmine, inchiesta per i veleni nell’aria

di Francesca Ferri
Nuova Solmine, inchiesta per i veleni nell’aria

L’industria di Scarlino avrebbe dovuto adeguare gli impianti. Nel mirino il periodo 2007-2014

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GROSSETO. Per sette anni, dal 2007 al 2014, la Nuova Solmine di Scarlino (Grosseto) ha emesso in atmosfera valori di anidride solforosa e ossidi di azoto in quantità doppie rispetto alla soglia consentita, senza adeguare gli impianti con le migliori tecnologie disponibili, come chiedeva il ministero dell’Ambiente, sfruttando proroghe chieste e sempre ottenute. Ma l’ultima richiesta di rinvio degli adeguamenti di altri 4 e 5 anni non è stata accolta. E a febbraio gli ispettori ministeriali dell’Ispra hanno inviato una segnalazione alla procura di Grosseto. Che ha aperto un’inchiesta.

Rischia di scatenare un terremoto la vicenda che ieri il Forum Ambientalista di Roberto Barocci e il Comitato per i beni comuni di Andrea Marciani hanno portato alla luce in una conferenza stampa a Grosseto che ha visto nel pubblico anche i deputati Monica Faenzi (Forza Italia) e Massimo Artini (M5s).

La Nuova Solmine, azienda della famiglia Mansi, a cui appartiene Antonella , già presidente degli industriali toscani ed ex presidente della Fondazione Mps, è un’azienda leader in Italia nella produzione e commercializzazione di acido solforico, ottenuto dall’anidride solforosa. I controlli dell’Ispra sono l’ultimo capitolo del percorso di richiesta dell’Aia che la Nuova Solmine ha chiesto nel 2007 dopo le novità normative europee recepite in Italia l’anno prima e che impongono emissioni dimezzate rispetto a quelle dell’azienda.

Nel 2010 l’allora ministro Stefania Prestigiacomo concesse l’Aia a patto che in due anni l’azienda adeguasse l’impianto con le tecnologie necessarie a dimezzare le emissioni e che, contestualmente, gestisse correttamente le polveri di pirite e controllasse gli scarichi nel canale Solmine.

A febbraio 2014 l’Ispra non solo ha verificato che i valori non sono mai stati dimezzati, ma ha anche segnalato che la Nuova Solmine ha continuato «nel tempo ad utilizzare le ceneri di pirite (che sono altamente cancerogene, ndr) come sottoprodotto anziché come rifiuto» e che «l’adeguamento dell’impianto non è stato conseguito».

«La commissione chiamata a controllare la Nuova Solmine – spiega Barocci – era formata anche da rappresentanti di Regione, Provincia e Comune di Scarlino. Quindi è dal 2007 che gli enti locali sono a conoscenza di questi fatti. Ci saremmo aspettati che la politica prendesse provvedimenti. Ma non è successo. Come per Taranto o la Terra dei fuochi la strategia del silenzio non salvaguarda l'occupazione e l’ambiente consentendo alle rendite di non investire in innovazione tecnologica. Il ministero avrebbe potuto ritirare l’autorizzazione in autotutela ma non l'ha fatto. Purtroppo ancora una volta la politica latita e la magistratura è chiamata impropriamente a surrogare le mancate decisioni degli amministratori che comporteranno rischi sia per l’occupazione che per l’ambiente».

Il presidente della Nuova Solmine, Luigi Mansi, respinge però le accuse: «Lo stabilimento è aperto, operiamo nel pieno diritto e nella legalità. E a giugno abbiamo fatto adeguamenti per 2,5 milioni di euro».

Intanto, però, i deputati Monica Faenzi (Forza Italia) e Massimo Artini (Movimento 5 stelle) annunciano un’interrogazione parlamentare a quattro mani su questa vicenda.

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