Sicurezza
Minacce ai medici con una lattina
FOLLONICA. Ha bisogno soprattutto di essere curato. La sua è una malattia psichiatrica, certificata, che periodicamente gli scatena momenti di ira. E lui dà sfogo minacciando le persone che ritiene...
FOLLONICA. Ha bisogno soprattutto di essere curato. La sua è una malattia psichiatrica, certificata, che periodicamente gli scatena momenti di ira. E lui dà sfogo minacciando le persone che ritiene responsabili in qualche modo della morte di suo padre, avvenuta giusto un anno fa. Così, nonostante che venga seguito da tempo dalla Asl, già in due occasioni si è presentato al distretto socio-sanitario di Follonica offendendo il personale e brandendo un paio di forbici, anche rinchiudendo medici e infermieri in una stanza. L'uomo, 35 anni, originario di Torre del Greco ma stabilmente residente a Follonica, in passato qualche grattacapo con la giustizia, adesso è in carcere, in via Saffi. Ce lo hanno portato i carabinieri di Follonica, che hanno eseguito una misura cautelare firmata dal gip.
Sequestro di persona, minacce e lesioni aggravate le ipotesi di reato per le quali l'uomo è indagato. La misura restrittiva si è resa indispensabile per impedire che l'uomo si presenti di nuovo minacciosamente al pronto soccorso.
Due gli episodi contestati: uno risalente a pochi giorni fa, l'altro al 22 aprile. Con i carabinieri l'uomo si è sempre comportato bene: ogni volta che la pattuglia è arrivata, chiamata dal personale Asl, lui ha si è subito calmato. Ma quei minuti che hanno preceduto l'arrivo del radiomobile sono stati sempre un'angoscia. Specialmente quella volta che aveva puntato una lattina di Coca cola - tagliata a metà e quindi con il bordo diventato una lama - alla gola di un'infermiera, rimasta leggermente ferita (pochi i giorni di guarigione). Il tutto accompagnato da offese e spintoni e dalle minacce pronunciate verso tutto il personale del distretto mentre impugnava un paio di forbici. Il 22 aprile aveva anche rinchiuso alcuni medici e infermieri in un ambulatorio, da lui chiuso a chiave. Anche nell'ultimo caso l'uomo si era subito calmato alla vista delle divise: era stato accompagnato in caserma, identificato e denunciato, prima di essere riaffidato alla famiglia. (p.s.)
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