Lutto
«La mia vita sotto scorta e la lotta per la giustizia»
La giornalista Federica Angeli, ospite di Agende Rosse a Santa Fiora, si racconta «Oggi vivo da schiava, ma non potevo non denunciare. Non avrei campato bene»
SANTA FIORA. Federica Angeli, giornalista di Repubblica, arriva con la scorta alle 16.15 a Santa Fiora. All’auditorium si parla di lotta alla mafia nella tre giorni organizzata da “Agende rosse, gruppo Emanuela Loi Grosseto” con altre associazioni che da anni si incontrano per parlare di mafia, di lotta alla mafia e per portare testimonianze; si struttura in dibattiti, visione di filmati e interviste a persone che hanno avuto a che fare in prima persona con questo grosso problema italiano che si snoda da nord a sud.
Il titolo della manifestazione di quest’anno è “Quel fresco profumo di libertà. Mai più. Fuori la mafia dallo Stato”.
Federica è una giovane donna, madre di tre figli e giornalista che non può più fare un passo senza la scorta. Non le è stato “perdonato” un atto di giustizia e denuncia contro alcuni componenti della famiglia Spada, dopo aver visto dalla finestra della sua casa un atto criminale, che lei stessa definisce un tentato omicidio, ma per la Procura al momento rissa aggravata (con coltellate alla giugulare e a un polmone).
Tutta questa vicenda si svolge a Ostia, a ventidue chilometri da Roma, la zona che tutti chiamano “il mare di Roma”.
Cosa significa per te essere qui oggi a un convegno contro la mafia?
«Il senso di questi incontri e del convegno a cui partecipo è quello di riuscire a smuovere le coscienze, la mafia non esiste solo al sud, come sentiamo dire sempre, qui parliamo del centro Italia, di una zona di mare a ventidue chilometri da Roma. Purtroppo queste persone, i mafiosi, si nutrono di silenzio e omertà, è ora di togliere il bavaglio e di denunciare».
In quale modo ti è cambiata la vita?
«Una notte del 2013, ho sentito confusione sotto alla finestra di casa mia, mi sono affacciata per vedere che cosa stesse succedendo e ho riconosciuto i quattro uomini che armati di coltello e pistola stavano litigando animatamente. Li ho riconosciuti perché avevo fatto un’inchiesta sulla criminalità di Ostia. Ho deciso di denunciare, mi sono fatta accompagnare dai carabinieri da mio marito e ho riconosciuto le foto segnaletiche e fatto una lunga deposizione. Dopo poche ore mi è stata assegnata una scorta».
L’inchiesta sulla criminalità di Ostia in che cosa consisteva?
«Ho chiesto ad Armando Spada, al secolo Romoletto, come si fosse impossessato dello stabilimento Orsa Maggiore di Ostia; insieme a un altro mi hanno rinchiuso nello stabilimento e mi hanno tenuta reclusa lì per qualche ora, dicendomi che mi avrebbe sparato in testa se non gli avessi dato la cassetta con la registrazione di quello che stava accadendo. Sono riuscita a convincerlo e con il mio operatore siamo riusciti ad uscire e a portare a casa il lavoro. Ecco perché il giorno della rissa sotto casa mia i volti e i nomi non mi erano nuovi. Tre sono le famiglie che si spartiscono il X Municipio secondo le indagini della Procura: gli Spada, i Fasciani e i Triassi».
Cos’è per te vincere questa partita?
«La mia vittoria non è tanto vedere condannati i cattivi, che ora sono a piede libero, ma il semplice partecipare a una lotta. Nella lotta per la giustizia, per le cose giuste c’è più gusto a tenersi fuori dalle regole. Piano piano chi vuole e ci crede, arriva. Intanto la mia inchiesta è arrivata da qualche parte grazie allo spessore e alla forza con cui ho lavorato. Ho scelto di non essere una Saviano in gonnella, niente trasmissioni televisive, niente scritture di libri, ho scelto di partire dai giovani, di portare questa esperienza nelle scuole, dove i ragazzi mi hanno davvero colpito con le loro domande».
Come si vive una giornata sotto scorta?
«È una prigione, io vivo da schiava. Vado al ristorante e la scorta decide dove devo sedermi per controllarmi meglio, se con i miei bambini decidiamo di fare una gita io sono con la macchina blindata dove loro non possono salire e loro con un’altra macchina che deve partire sempre prima di me. Senza la scorta non posso nemmeno uscire sul terrazzo. Vuoi sapere perché mi sono imbarcata in tutto questo?».
Certo che sì.
«Perché io non avrei campato bene con me stessa, da cittadina, da madre e da giornalista».
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