Il Tirreno

Grosseto

Il procuratore: «Morti inspiegabili»

di Francesca Gori
Il procuratore: «Morti inspiegabili»

Mercoledì è fissata l’autopsia sui corpi dei tre sub, ancora nessun nome è stato iscritto nel registro degli indagati

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GROSSETO. Qualche chiarimento in più arriverà forse domani, con l’autopsia disposta dal sostituto procuratore Stefano Pizza sui corpi dei tre sub morti domenica alle Formiche. Perché per ora, la tragedia nella quale sono morti Fabio Giaimo, il medico di 57 anni di Perugia, Enrico Cioli, 35 anni e Gianluca Trevani, 37 anni è un rompicapo che la Procura risolverà con il tempo: ci vorranno le analisi sulle strumentazioni utilizzate, sulle bombole e sull’aria che contenevano. E ci vorrà il responso dell’autopsia sui tre corpi. «Quello che è inspiegabile - dice infatti il procuratore capo Francesco Verusio - è come siano morti Enrico Cioli e Gianluca Trevani che si erano immersi a coppia e che non erano nello stesso gruppo del quale faceva parte Fabio Giaimo».

È stata una lunga giornata quella di ieri alla Procura di via Monterosa. Testimoni della morte di Coli e Treviani non ce ne sono. E a raccontare quello che è successo su quella parete della Formica Grande saranno i risultati delle perizie sull’attrezzatura utilizzata dai sub. «Erano tutti esperti - aggiunge il procuratore capo - e da quello che ci risulta stavano facendo un’immersione ricreativa, senza particolari problemi tecnici. È chiaro che non possiamo tralasciare alcun elemento».

Per ora il sostituto procuratore Stefano Pizza non ha iscritto nessuno nel registro degli indagati. Qualche nome potrebbe però venire fuori domani, quando all’obitorio verranno eseguite le autopsie e probabilmente sarà chiarita almeno la causa della morte dei tre sub. Causa che potrebbe non essere la stessa per tutti e tre. «Ogni ipotesi è possibile - insiste Verusio - perché mentre per Giaimo abbiamo un testimone almeno che lo ha visto sentirsi male durante la risalita, la stessa cosa non è successa per Trevani e Cioli».

È una lettura complicata quella che viene data oggi dalla Procura, alle prese con il conferimento degli incarichi per le perizie e con l’incrocio delle testimonianze di chi domenica era alle Formiche. Quello che è certo è che il gruppo di umbri non avrebbe fatto manovre azzardate sott’acqua. Erano tutti esperti e sapevano bene cosa dovevano fare. «Domenica è stata data soltanto un’occhiata veloce all’attrezzatura che i sub indossavano - dice l’avvocato Corrado De Fazio, incaricato di seguire questo caso dalla famiglia di Cioli - ora aspettiamo il risultato dell’autopsia e le perizie. Le famiglie vogliono risposte che potranno arrivare soltanto dopo gli accertamenti tecnici».

Intanto la Emery Island, la barca dell’Abc diving di Talamone resta sotto sequestro, così come le bombole. Quella barca, vecchia di un anno, in Maremma è considerata una delle più sicure che esistano. Così come Andrea Montrone, il titolare del diving che domenica era con il gruppo alle Formiche.

Il gruppo si sub arrivati dalla provincia di Perugia con il club Thalassa, guidato da Marco Barbacci, l’istruttore di 37 anni che è stato portato all’ospedale di Orbetello dopo aver tentato a lungo di rianimare Fabio Giaimo, non era in Maremma per fare una discesa tecnica. I computer che i sub avevano con loro diranno a quale profondità sono arrivati, anche se l’attrezzatura che indossavano era quella per scendere al massimo fino a 40 metri. «Sapevamo tutti cosa fare - dice Barbacci - e sapevamo bene che domenica sarebbe dovuta essere una giornata di divertimento senza alcun rischio. Quando ho saputo quello che era successo mi sono sentito morire». Barbacci ieri ha passato la mattinata in Procura dove ha ricostruito tutte le fasi di una tragedia che ancora oggi non ha una spiegazione. Lui ha visto solo quello che è successo a Giaimo. Trevviani e Cioli erano più distanti. Che erano morti, lo ha saputo solo dopo.

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