Proteste
Morte in ospedale, chiesto il processo
La Procura ipotizza responsabilità per un medico del pronto soccorso e uno della rianimazione: ipocalcemia
GROSSETO. Il sostituto procuratore Salvatore Ferraro ha chiesto il processo per due medici ritenuti responsabili, con il loro comportamento, della morte di Alessandra Nencini, morta il 26 febbraio 2012 a 28 anni all'ospedale di Livorno dopo essere stata ricoverata a Grosseto. Chiesta l'archiviazione, all'esito dei risultati dell'incidente probatorio, per la posizione di sette dei nove sanitari inizialmente indagati, la Procura ha chiesto invece il rinvio a giudizio di Massimo Setti, in servizio al pronto soccorso, e di Stefano Falini, in servizio nel reparto di rianimazione. L'udienza non è ancora stata fissata.
Omicidio colposo per un'ipocalcemia che ha influito sulla funzionalità del cuore è l'ipotesi formulata dal pm. In altre parole, un'idratazione insufficiente - come attestato dagli specialisti nominati dal gip Bilisari - che aveva prodotto complicazioni che sarebbero state sottovalutate all'ospedale Misericordia. Secondo i professori Emanuela Turillazzi e Felice Mucilli e il dottor Andrea De Gasperi, i sanitari avrebbero dovuto correggere «la severa ipocalcemia» ma Alessandra avrebbe ricevuto una «inadeguata assistenza» che avrebbe privato la paziente «di concrete possibilità di sopravvivenza, pur in condizioni generali compromesse ab initio», cioè all'ingresso al pronto soccorso. «E' di pacifica evidenza che tali possibilità andarono, con il passare del tempo, progressivamente scemendo così come la ricostruzione di score predittivi della mortalità, inequivocabilmente, dimostra». I parametri dell'emoglobina, molto concentrata, sarebbero stati indicativi, avevano affermato gli specialisti sentiti dal giudice nell'anticipazione del dibattimento. I riferimenti temporali sono ritenuti decisivi dal sostituto procuratore, che attribuisce le responsabilità a seconda della situazione clinica, del trattamento eseguito o non eseguito, e delle risultanze dell'incidente probatorio.
La richiesta di processo mette, temporanemente, la parola fine a un fascicolo che si era aperto il 27 febbraio 2012 con la denuncia presentata ai carabinieri dalla mamma di Alessandra, Maria Teresa Carboni. Alessandra, che già da tempo aveva problemi di salute, si era sentita male mentre era con amici il 24 sera. La giovane donna non riusciva a evacuare. Il 25 mattina una consulenza chirurgica. Nel pomeriggio di quel giorno la situazione era peggiorata. Alle 19.40 era stata disposta l'assistenza alle funzioni vitali ma Alessandra non sarebbe stata immediatamente sottoposta al trattamento. Intorno alle 20 era entrata in terapia intensiva, poi era stato disposto il trasferimento a Livorno: la giovane era arrivata intorno all'1 del 26, poche ore dopo (erano le 6,20) era morta. La Procura aveva aperto un fascicolo e aveva affidato la consulenza medico-legale al dottor Matteo Benvenuti, senza disporre autopsia. Lo specialista aveva parlato di complicazioni insorte in maniera imprevedibile su una paziente già sofferente di patologie sia di natura psichica sia organica; e aveva escluso responsabilità da parte dell'apparato sanitario. La mamma di Alessandra, che si era rivolta all'avvocato Gabriella Sartiani e al professor Gian Aristide Norelli, si era opposta alla richiesta di archiviazione del 29 agosto 2012. Nel gennaio 2013 il gip aveva disposto nuove indagini da completare in sei mesi, ordinando l'esumazione della salma di Alessandra Nencini, che riposava a Batignano e affidando l'incarico a Turillazzi e Mucilli; più tardi si era aggiunto l'esperto in rianimazione De Gasperi. Nove gli indagati iniziali. Vari rinvii di udienza avevano poi portato, nel febbraio scorso, al confronto delle posizioni nel corso dell'incidente probatorio: i tre specialisti avevano ribadito la sussistenza di elementi di responsabilità. Da queste considerazioni il dottor Ferraro ha ricavato un'ipotesi accusatoria nei confronti di due soli medici, assistiti dagli avvocati Silvia Falconi e Roberto Mangogna.
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