Il Tirreno

Grosseto

i danni da fauna selvatica

«Necessari interventi venatori»

«Necessari interventi venatori»

L’analisi del professor Bernetti dell’Accademia dei Georgofili

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MONTE AMIATA. Cosa fare per i danni della fauna selvatica. Senza peli sulla lingua, ce lo dice un docente universitario, membro della Accademia dei Georgofili, che in una recente giornata di studio sui danni da fauna selvatica all’agricoltura ha ripreso un argomento che ha almeno 30 anni, un tasto bruciante in Amiata e Maremma.

Il professor Giovanni Bernetti non ha dubbi: occorre la selezione e bisogna fare presto, pena la distruzione di ambiente naturale e modellato dal lavoro dell’uomo. «L’annosa questione è sorta attorno al 1970 – rammenta Bernetti – quando nelle foreste demaniali veniva brucata tutta la rinnovazione delle specie arboree e, in particolare, quella dell’abete bianco, specie in stato di recessione. Era questa, però, una vicenda interna alle foreste demaniali che, poi, si sono ritenute libere di promuovere la biodiversità nel modo che credevano più opportuno, cioè senza far niente. Le popolazioni di animali selvatici si sono fatte più numerose e hanno preso a sconfinare abbondantemente nei terreni dei privati». Una storia problematica, dunque, mai affrontata e incancrenita e adesso, dice Bernetti «non è più questione di danni da risarcire; ma si tratta di danneggiamenti continui e ripetuti che condizionano non più un singolo raccolto, ma tutto il pacifico esercizio del diritto di proprietà. Lo Stato, fidando sull’equilibrio biologico, ha introdotto il lupo; ma il lupo, da bravo lupo, si è messo puntualmente a mangiare le pecore. Le Regioni erogano contributi per la realizzazione di recinzioni e di altre opere di difesa. Non si considera mai la possibilità di interventi venatori regolamentati; la fauna selvatica, infatti, è intoccabile perché è il veicolo più spettacolare ed emotivo della propaganda per la protezione della natura; è lo stesso motivo per cui si scoraggia il taglio di alberi, fosse pure per diradamento. Il problema dei danni da fauna selvatica si inserisce, dunque, nel quadro molto più vasto di una forma mentis che ha esteso la sua influenza sulla proprietà privata imponendo, a protezione dell’ambiente, del paesaggio e della natura, vincoli troppo generalizzati e ridondanti. Molto è stato facilitato dall’abbandono della montagna e dell’alta collina – dice Bernetti – e dal conseguente disinteresse delle associazioni degli agricoltori e dei sindacati. Tale è il livello dell’abbandono che l’Inventario Forestale nazionale del 2005 riporta 5 milioni di ettari di bosco in più rispetto alle statistiche precedenti e in gran parte si tratta di boschi di neoformazione su colture ritirate dall’esercizio. Chi confida nell’indefinito benessere e ritiene superflua la produzione, sarà contento. A produrre restano tuttavia retroguardie di agricoltori o di pastori oppure avanguardie di pionieri idealisti. Però chi taglia della vegetazione legnosa per ripristinare un campo rischia perfino l’imputazione di procurato disastro ambientale». (f.b.)

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