La manifestazione
L’uomo che osserva il mondo da 107 anni
Il barone Andreis e i suoi scatti: storia di un fotografo speciale
GROSSETO. Camicia elegante, fazzoletto al collo, giacca. Espressione sempre raffinata, gentile e intelligente, Felice Andreis - barone originario del Piemonte e che abita in Maremma fin dagli anni ’30 - è un eccezionale signore che ha varcato da poco la soglia dei 107 anni, inaugurando l’ennesima mostra della sua vita: una piccola e preziosa esposizione di foto all’hotel Bastiani, curata da Carlo Bonazza e che durerà due settimane.
Lo abbiamo incontrato in hotel, due sere fa: portamento eretto, solo sorretto da un bastone, Andreis per tutta la vita è stato un appassionato fotografo, oltreché un chimico. Ha viaggiato per il mondo e - da perfetto aristocratico esploratore - lo ha documentato in un archivio di 15mila foto. In Maremma è approdato oltre 80 anni fa: con la moglie Pupa Barabesi, che di anni ne ha 101, vive in una splendida tenuta immersa nel verde a Poggio Cavallino, vicino Ribolla... Hanno un cane.
Sembra un uomo d’altri tempi, Andreis, che ha attraversato tante epoche e guerre. Il 25 maggio scorso è andato a votare col bastone e quando è entrato al seggio è scoppiato un applauso. A 103 anni gli hanno tolto la patente perché ormai scaduta ed è stato - racconta lui - «un gran dispiacere perché in più di 80 anni di guida non avevo mai avuto un incidente, salvo un tamponamento in Kenya quando ero giovane, ma non fu certo colpa mia». Sperava nel rinnovo, così non è stato. E allora, deluso, si è rassegnato a vivere a casa, immergendosi nelle letture scelte tra le migliaia di libri negli scaffali. «In questi giorni - racconta - sto leggendo un romanzo, “Augustus”». Storia di macchinazioni politiche, corruttele nell’antica Roma, intrighi e sogni di potere firmati da John Edward Williams e «che rimandano - dice lui - anche alla nostra epoca..». Un’epoca che non lo convince affatto: «detesto la politica e i politici, senza fare nomi. Odio la violenza, per esempio in Sudafrica ero contro l’Apartheid, così come mi sono sempre stati antipatici Mussolini e i fascisti. Peccato che quella volta che il Duce mi cascò davanti in una buca non feci in tempo a scattargli una foto. Quello è l’unico cruccio, la foto più bella della mia vita, che non ho fatto».
In compenso ce ne sono altre 15mila (e 4mila diapositive) che sono straordinarie. Uomini che guardano l’orizzonte, nature morte rilette con sensibilità lirica e romantica, dettagli in chiaroscuro. «Il mare calmo illuminato dal sole al tramonto, la roccia sulla quale una persona, forse l’autore, guarda l’infinito», come scrive Citati nell’introduzione. La stessa ansia di infinito, come racconta Bonazza nel suo saggio “Da fotografo a fotografo”, con cui Andreis stesso ha cercato di «esplorare il bello nelle cose e nelle persone». Dietro la fotocamera, sua compagna di viaggio insieme alla moglie, Andreis ha sempre osservato il mondo serenamente, «avvicinandosi ai soggetti con disinvoltura e il garbo con cui è stato abituato a muoversi nella vita. Le sue immagini non sono mai rubate o imposte, non si fa scudo della macchina, non si rende invisibile ma seduce i soggetti con grazia». Li conquista. Sono forse la testa tenuta sempre viva e lo spirito creativo accompagnato da colleghi ed estimatori - come Bonazza, suo stampatore di fiducia - il segreto di tanta longevità.
L’anno scorso il barone ha dato alle stampe uno straordinario libro fotografico, “Un uomo che guarda”, raccolta di foto scattate tra il 1926 e il 1952, edita da Photeoedizioni per l’associazione culturale e artistica Felice Andreis, con prefazione di Piero Citati (info Carlo Bonazza, 335 6759789). Ora è in preparazione una mostra più completa a Capalbio, che conterrà ancora più opere di quelle esposte oggi: sarà un’ennesima sfida a raccontarsi nel mondo e partecipare a tutti, specie ai giovani, il suo sconfinato amore per l’esistenza, le persone e gli animali, persino i fiori e gli oggetti in cerca del bello. «Giravamo il mondo, con Pupa - racconta - In Kenya avevamo una Land Rover, si dormiva fuori e guardavamo il cielo sdraiati. Gli alberghi ce n’erano pochi, quello era il bello della savana libera, senza gente. Solo animali. Ciò che ho sempre amato - racconta lui - è sempre stata l’abitudine a guardare il mondo. Le foto, badate bene, servono molto ad apprezzare il mondo e a saperlo osservare. Se guardi in giro i fiorellini che vengono su spontanei, nessuno li guarda ma li si pesta. Se invece li prendi uno a uno, e gli fai uno scatto, scopri la meraviglia. Anche il più piccolo è una meraviglia, bisogna saperlo guardare».
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