Il dolore
Preoccupano le biomasse alle cave
Avviato l’iter per prevedere l’impianto di produzione di energia alternativa. Affollata assemblea in Comune
ROCCASTRADA. Il Comune di Roccastrada andrà avanti nell'iter di variante al piano strutturale per le attività estrattive, con l'obiettivo di favorire la ripartenza del polo del gesso. Lo ha ribadito ieri il sindaco Francesco Limatola, nel corso della presentazione degli atti che, di fatto, segnano l'avvio del procedimento di variante, in una sala consiliare gremita all'inverosimile. Presenti quasi tutti i consiglieri comunali, i vertici delle società che operano al Tamburino e alla Tana e i tecnici che hanno avviato la progettazione dell'intervento.
La questione dell'impianto a biomasse nell'area dei Bai affonda le radici in un dettagliato protocollo d'intesa firmato nel gennaio del 2013 tra Provincia e Comune di Roccastrada, finalizzato al rilancio del bacino del gesso (oltre cento addetti e un ampio indotto). L'obiettivo dell'accordo istituzionale era ed è quello di permettere la realizzazione di un impianto per la produzione di energia da fonti rinnovabili - biomasse vegetali - così da ridurre i costi (ingenti) che le industrie collegate alle cave sono costretti a sostenere. Sullo sfondo si agita lo spauracchio della perdita di molti posti di lavoro qualora l'operazione non andasse in porto.
Oggi, nel bacino del gesso, a Roccastrada, si estrae materiale e si producono adesivi e gessi per l'edilizia, pannelli e pareti prefabbricate in cartongesso, malte e intonaci. Per far funzionare i forni ogni anno vengono bruciati dagli 8 ai 12 milioni di metri cubi di gas metano. Le due aziende che qui estraggono e lavorano il gesso hanno costituito, già dal 2010, una società che poi ha commissionato lo studio di fattibilità per l'impianto in un'area di pertinenza delle cave del gesso e che oggi torna a bussare alle porte del municipio per avere al più presto i via-libera all'operazione. Ma il clima che si respira, soprattutto nel capoluogo e a Sassofortino (i paesi più vicini alle cave) non è dei migliori.
«E' evidente – protestano molti cittadini – che se si fa una variante al piano strutturale è perché l'amministrazione ha già in mente di dare il via libera alla realizzazione dell'impianto. Su questa cosa però fino a oggi non ci hanno chiamato a partecipare e condividere. Se ne è parlato zero nel dibattito sul piano urbanistico, pochissimo in campagna elettorale». I nuovi amministratori sono chiamati a gestire con attenzione questa patata bollente. Limatola ne è consapevole: «Questa è la fase della pianificazione urbanistica, poi si aprirà quella autorizzativa. Valuteremo ogni aspetto con estrema attenzione. La Vas per esempio non era necessaria, eppure l'abbiamo chiesta».
I dubbi, in effetti, sono molteplici. «Dove si andranno a trovare, per esempio, le 60mila tonnellate di legna all'anno da bruciare, per i prossimi 20-30 anni, così da permettere il funzionamento della centrale da 5MW?». Limatola risponde subito: «Il nuovo impianto, a filiera cortissima, come scritto nell'accordo Comune-Provincia, sarà alimentato da cippato, legnatico proveniente da migliaia di ettari di bosco su un raggio di territorio di 70 km dalla stazione di insediamento, in pratica un area compresa tra Tarquinia e Poggibonsi, tra la Val di Cornia e il confine con l'Umbria. Non si esce da questo perimetro».
Altri chiedono uno studio sui venti nel territorio per comprendere chi dovrà respirare i fumi dell'impianto. Roccastrada o Sassofortino? «Sarà commissionato e svolto uno studio a 360 gradi, dai fumi alla viabilità», rispondono gli amministratori.
Poi c'è chi tira in ballo al questione dei controlli. Ma per altri queste sono domande ancora premature.
Insomma i soliti interrogativi. Tutti legittimi. E al momento gli scettici sembrano essere maggioranza rispetto ai convinti.
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