Il dolore
La Tioxide deve bonificare le acque interne contaminate
Il Tar respinge il ricorso dell’azienda contro la diffida avanzata nei mesi scorsi dalla Provincia Al centro del contenzioso i livelli d’inquinamento dei liquidi che circolano nel sistema di produzione
SCARLINO. Quelle acque sono contaminate e la società deve provvedere alle bonifiche. Questa volta però non si tratta della falda che giace nel sottosuolo della piana del Casone, quanto dei liquidi che circolano nel sistema di produzione della Tioxide di Scarlino e che poi rimangono nel perimetro dello stabilimento. E l’imposizione arriva direttamente dal Tar della Toscana, che ha respinto il ricorso presentato dalla società sulla diffida inviata dalla Provincia di Grosseto.
La sentenza del tribunale amministrativo è chiara e diretta: le motivazioni presentate non posso essere collegate ai campionamenti svolti sulle acque e soprattutto sull’interesse privato vince quello pubblico. Due aspetti che hanno fatto crollare le contestazioni avanzate dal gruppo Huntsman Tioxide contro il provvedimento adottato direttamente dal dirigente dell’area ambiente di Palazzo Aldobrandeschi. L’atto in questione è stato emesso e notificato alla società il 4 aprile scorso e in buona sostanza si tratta di una diffida a intervenire il più presto possibile su queste acque risultate contaminate, visto che i valori di sostanze pericolose erano ben più alte dei valori fissati dalla legge. È la normativa stessa a conferire questo potere alla Provincia. «Le amministrazioni che individuano siti nei quali accertino che i livelli di contaminazione sono superiori ai valori di concentrazione ne danno comunicazione alla Regione, alla Provincia e al Comune competenti» recita il Testo unico; dopodiché, «la Provincia, dopo aver svolto le opportune indagini volte ad identificare il responsabile dell'evento di superamento, diffida con ordinanza motivata il responsabile della potenziale contaminazione a provvedere».
E così è andata anche con questa vicenda in seno alla Tioxide. I campionamenti sulle acque sono stati svolti dall’Arpat, che ha attestato la presenza di una contaminazione. Da qui il verbale in Provincia, la diffida e l’impugnazione da parte di Tioxide. Il Tar però ha bocciato il ricorso. Non solo perché è sfornito «del fumus boni iuris (da tradurre come “buon diritto” ndc) con particolare riferimento alla tipologia e all’ubicazione dei campionamenti effettuati dall’Arpat, posti all’interno del perimetro dell’impianto, ed alla tipologia dei parametri superati collegati all’attività industriale». Ma anche e soprattutto perché l’interesse pubblico supera nel diritto quello privato in questa circostanza. «Avuto riguardo ai livelli di contaminazione accertati delle acque sotterranee oggetto di monitoraggio, nel bilanciamento degli opposti interessi coinvolti – recita la sentenza – appare prevalente l’interesse pubblico all’esecuzione degli interventi disposti con l’atto impugnato mentre non appare dedotta, e tanto meno, provata la sussistenza di un pregiudizio grave ed irreparabile per la ricorrente».
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