Il Tirreno

Grosseto

«TotalErg rimuova la terra contaminata»

di Francesca Ferri
«TotalErg rimuova la terra contaminata»

Accolta la richiesta della famiglia per bonificare l’area dell’ex pompa di benzina in viale Michelangelo

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GROSSETO. La terra contaminata da idrocarburi nel giardino della famiglia Tarsi in viale Michelangelo sarà rimossa. A dodici anni dall’inizio delle bonifiche, con una famiglia costretta a traslocare per evitare il contatto con i veleni e un tira e molla tra azienda ed enti pubblici sul da farsi, potrebbe essere scritta la parola «fine» sulla vicenda dell’inquinamento causato dal distributore della TotalErg, da tempo rimosso.

Il Comune di Grosseto, con determina dirigenziale del servizio Ambiente del 16 giugno, ha trasformato in un ordine quanto deciso dalla conferenza dei servizi che si è tenuta il 16 maggio: la TotalErg dovrà rimuovere il terreno nel giardino dei Tarsi, confinante con l’area dell’ex distributore.

La vicenda risale agli anni Novanta quando nel sottosuolo si registrano i primi valori oltre la norma di idrocarburi, sostanze inquinanti e cancerogene. A fine 2003 le cisterne del distributore vengono rimosse ma i tecnici della Procura verificano che anche la falda è inquinata. Cominciano le bonifiche e, in parallelo, parte la controffensiva di Total (TotalErg dal 2011).

Le tappe sono state riassunte in una memoria redatta dalla famiglia Tarsi e dal Forum Ambientalista di Roberto Barocci e presentata all’ultima conferenza dei servizi. Tra progetti di bonifica preliminari e definitivi, integrazioni, caratterizzazioni, revisioni, variazioni, proposte e relazioni, dal 2002 al 2013 il colosso degli idrocarburi ha presentato ben 27 progetti di bonifica, l’ultimo dei quali a gennaio 2014.

Il risultato di questi progetti e delle varie bonifiche che si sono succedute negli anni – rimozione delle cisterne, rimozioni del terreno sotto le cisterne, poi intorno al distributore e quindi sotto la strada – non sono state sufficienti a eliminare la contaminazione, che tutt’oggi è ancora lì.

Nonostante ciò, dal 2008 la TotalErg ha avviato anche una dura battaglia legale a suon di otto ricorsi al Tar e al presidente della Repubblica, ora per sostenere che il sito era stato bonificato, ora per contestare le richieste di Comune, Asl e Arpat di bonifiche più incisive.

D’altro canto gli stessi enti pubblici non hanno mai chiesto una bonifica complessiva, procedendo “a tappe”.

In tutti questi anni i Tarsi hanno dovuto fare i conti con lo scomodo “vicino”, potenzialmente cancerogeno (alcune misurazioni hanno rilevato nel tempo valori di sostanze nocive vertiginosamente più alti rispetto ai limiti di legge), finché non hanno deciso di trasferirsi, in attesa di giustizia.

L’ultimo capitolo della vicenda risale dunque a maggio. TotalErg ha presentato il Nuovo progetto di bonifica che prevedeva di usare una tecnica, l’ossidazione in situ (Isco), precedentemente non accettata dagli enti pubblici perché sperimentale. L’azienda ha sostenuto la bontà del progetto elencando alcuni siti, italiani e stranieri, bonificati in questo modo ma gli enti hanno contestato che l’avvenuta bonifica non è mai stata certificata e, soprattutto, che avrebbe richiesto almeno quattro anni.

La famiglia, insieme al Forum Ambientalista che in questi anni ha fornito consulenza e man forte mediatica alla battaglia, ha chiesto invece che sia rimossa l’ultima fonte di contaminazione, la terra dal giardino. Il Comune, in passato, si era opposto perché riteneva che la rimozione minacciasse la stabilità del condominio e che, dunque, si dovesse buttar giù anche quello. L’operazione sarebbe costata 2 milioni di euro.

«Ma Luca Vecchieschi, dirigente del Comune di recente passato al settore ambiente, e che è ingegnere edile – spiega Barocci – ha detto che si può rimuovere il terreno lasciando una striscia per non compromettere la stabilità del palazzo. Noi abbiamo sempre sostenuto che l’unica soluzione era, come ovvio, rimuovere la terra contaminata».

Il Comune ha quindi approvato la proposta della famiglia e ha imposto alla TotalErg di provvedere a rimuovere il terreno e bonificare in situ quel che ne resta. «È una svolta positiva per la famiglia Tarsi e per l’ambiente – spiega Barocci – anche se resta clamoroso che gli enti locali non abbiamo mai preteso che fosse rimossa tutta l’area inquinata. A nostro avviso, quando il soggetto pubblico approva, un progetto che non funziona deve essere considerato responsabile come e quanto quello privato».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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