Il Tirreno

Grosseto

Bardelli va in pensione ed entra nel mito

di Fiora Bonelli
Bardelli va in pensione ed entra nel mito

Lo storico negozio di corso Nasini ha attraversato oltre un secolo di storia. L’attività passa alla figlia

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CASTEL DEL PIANO. Va in pensione, a Castel del Piano, Enzo Bardelli, che a quasi 90 anni portati con l’entusiasmo della gioventù simboleggia un’era paesana. E anche se il negozio il 12 luglio riaprirà i battenti, ristrutturato, sotto la guida della figlia Claudia, la “casa del tessuto del Bardelli” non sarà più la stessa.

I tempi sono cambiati. Un negozio quasi centenario, aperto nel 1910 in corso Nasini 4 da Francesco Bardelli, nonno di Enzo, che lo mise su come succursale del negozio di pannina e merceria di Arcidosso. «Francesco – racconta Enzo – arrivato sull’Amiata come venditore ambulante di Monte San Savino, aveva trovato moglie ad Arcidosso e vi aveva aperto un negozio nel 1898. Di figli ne aveva fatti tanti e per loro cercava di espandersi: a Castel del Piano, all’inizio, mandava col calesse un ragazzo, Macalle, aiutato poi dalla figlia Nada».

Dopo la prima guerra mondiale uno dei figli, Remolo, tornato dal fronte, ebbe la gestione del negozio e con la moglie Pierina di trasferì a Castel del Piano. «Nei giorni di fiera – prosegue Enzo – i fratelli Bardelli vendevano di tutto: stoffa e mercerie, generi alimentari e legname, mobili, lana e crine. E c’erano commessi e garzoni occasionali». La famiglia, soprattutto quella contadina, doveva trovare nel negozio Bardelli tutto l’occorrente, biancheria della casa e vestiti da festa o da lavoro, ma soprattutto il corredo per gli sposi: dalle bomboniere di tulle al velo ricamato a macramé, dalla camera da letto al taglio di traliccio o di lucido damasco, in una valigetta verde da portare in dote per confezionare il materasso. «Nel 1935 – prosegue Enzo – il negozio viene dotato di scaffalature in legno, tuttora esistenti e autografate dal falegname».

Enzo, figlio di Remolo, entra in ditta a 14 anni, nel 1940, prima come ragazzo di bottega con due commessi, Fernando e Alfio, poi come approvvigionatore di merce. «Durante la seconda guerra mondiale con il passaggio del fronte – racconta – gli americani aprirono nel negozio, sequestrato, l’ufficio postale militare: la cassaforte è ancora oggi parte dell’arredo».

Alla morte di Remolo, Enzo prende il suo posto. È il 1955: «Alla vendita di pannina si aggiungono gli abiti italiani di Lebole e Marzotto e la biancheria del Nord con il marchio 3 Stelle, Bellora, Bassetti e Zucchi».

Basta aprire una delle tante valigette di cartone della parete di fondo per scoprire tessere di storia paesana di 100 anni fa: escono i bottoni neri comprati dai tagliatori che andavano in Maremma, le coroncine di raso per la comunione, le calze di seta, i nastri e le cravatte da lutto; spilloni, velette, bretelle e qualche pezzo di storia patria, come una decina di stemmi dei Savoia, scuciti (per precauzione) nel 1946 dalle bandiere tricolore.

Dopo 60 anni di attività Enzo va in pensione ma non ci va la sua memoria. Se qualcuno vuole sapere come faceva un sarto “ciolo” a ricavare un vestito e il pantalone di ricambio con un solo taglio di buona lana pettinata o quanto costava al metro il lino da lenzuola nel 1940, basta affacciarsi alla bottega di corso Nasini: l’odore di stoffa c’è sempre, come l’arredo, che ora è soltanto un po’ più spolverato.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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