Sicurezza
L'intervista a Juri Angione: "Ora capisco cosa vuol dire vivere"
Scampato alla pena di morte in Indonesia, dopo dieci anni di prigione il 25 giugno è tornato a Orbetello: l’abbraccio della famiglia, la moglie per l’emozione sviene - Video - Tutti gli articoli

GROSSETO.«Mi hanno preso la vita, e ho commesso stupidate: ora che sono uscito ho capito cosa vuol dire vivere». Juri Angione, dopo 10 anni di carcere trascorsi in Indonesia, ex paradiso turistico diventata trappola infernale in cui ha rischiato la fucilazione, è tornato ieri a Orbetello. Ed è un tipo diverso. La mamma piange di gioia, mentre la moglie Adé, indonesiana, prima sorride e poi sviene per l’emozione, facendo impaurire tutti. Il momento è di quelli che non si scordano, in una piccola comunità. Neghelli, il popolare quartiere dove lui ha sempre vissuto, è in festa.
«Da dove comincio a raccontare?», chiede lui in una tempesta di saluti. Bagno di folla, abbracci. C'è il cugino Daniele Tonelli; il fratello della mamma Enio, lo zio Alberto. La nipotina Giuditta ieri festeggiava il compleanno. Lui scende scalzo dal furgoncino che alle 7 è andato a prenderlo a Fiumicino, e abbraccia tutti. Poi sale le scale di casa, e fa una prima tappa in salotto, con la sorella Vania che gli mostra le ceneri del padre che nel frattempo è morto. Quanto tempo è passato.

Le lancette si sono fermate a quel giorno, Juri.
«Una botta incredibile. Non riuscivo ad avere in testa questo momento, era solo nei sogni. Quando sei là ti devi levare la libertà dalla testa, sennò diventi pazzo. Non ci potresti stare nemmeno un giorno, in carcere, se pensi a quando uscire».
Quel giorno di dicembre 2003, quando ti scoprirono con 4 chili e 350 grammi di droga, te lo ricordi?
«Certo, lo ricordo come ieri».
E quella droga non sapevi di averla nel bagaglio?
«Sì, lo sapevo che ce l’avevo.
Era tua?
«No, non era mia, era di un’altra persona. L’ho fatto per aiutare un ragazzo che ora è dentro con la pena di morte, è brasiliano. Gli servivano soldi, gliel’avrei portata io, ma sono stato preso anche io».
Avresti preso soldi?
«Sì. Quella è stata una cazzata».
Ti sei preso un rischio grosso, lo sapevi che c’era questa pena di morte?
«Sì, ho rischiato. Ovviamente tornassi indietro non lo rifarei, ci si deve cascare per saperlo. Io ci sono cascato, ma questo è niente a confronto... Lo sai quanti muoiono a Singapore, in Malesia? Dopo 3 anni non ci sono più».
Quel giorno fecero venire il cane antidroga?
«No, videro tutto ai raggi x: saltò fuori la droga. Io dissi: “Non so niente”, ma sì, la borsa era mia. Feci l’indiano, ma era comunque mia responsabilità sapere cosa c’era dentro, la legge non ammette ignoranza. Anche se saltava fuori qualcuno che avesse detto “Juri non sa niente”, la borsa era mia».
Poi ti hanno preso e portato all’ufficio di polizia.
«Sì, e poi in carcere».
Il primo giorno di carcere, te lo ricordi?
«Ricordo tutto, ma non te ne rendi conto subito. Lo scopri quando chiudono la stanza la sera. Solo lì realizzi. Però ti abitui. Devi farlo per forza, sennò ti uccidi, diventi pazzo. Tanti sbroccano di testa, è umano, invece devi accettare che se sei lì, non ci puoi fare niente, non puoi passare il tempo ad aspettare. Devi solo continuare ad andare avanti, e a vivere i tuoi sentimenti, che in prigione sono tutti diversi dal mondo fuori: è tutto moltiplicato per 100mila, e ogni cosa che ti fa felice, ti fa felice al massimo. Se ti fa triste, ti fa felice al massimo».
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Tu hai cambiato 3 carceri. Quale è stato il più duro?
«Il carcere è duro sempre, ma quello più rigido è stato a Jakarta: più affollato, poi le guardie ti chiedono soldi, la ricarica del telefono, c’è una corruzione allucinante, per cose piccole. Vogliono sigarette, vogliono da bere, e io non ho mai dato niente, ma se fai così fanno i dispetti. L’ultimo carcere è stato Chilachap, un po’ meglio, c’era più libertà, si stava in mezzo alla jungla. Ci sono stato 7 anni esatti, dal 23 giugno 2007 al 23 giugno 2014, lì era bello, andavo a giocare a pallone, in spiaggia, e gli indonesiani sono umani. È chi li governa e fa le leggi che è disumano: un paradosso allucinante».
Le condizioni ambientali com’erano?
«Al limite del disumano: topi, scarafaggi. Una concezione dell’esistente infima. Un uomo ha avuto crisi epilettica dalle undici di sera alle otto di mattina, e alle otto è morto, ha urlato tanto, dicevano che era posseduto. Io: “dategli qualcosa”, ma loro, “no, ora vediamo di fargli un esorcismo perché posseduto dal diavolo”. Alle 7 è venuto il direttore col vicedirettore a vederlo, dovevano dare permesso per portarlo in ospedale, ma hanno detto che faceva finta, non l’hanno fatto uscire e 8 è morto».
Come hai vissuto il rischio di morire fucilato?
«Non avevo paura di morire, perché non ci credevo: “chi è questo Stato per dire che devo morire?” pensavo. Uno Stato che dichiara uno condannato a morte è perdente. Se tu cittadino hai sbagliato, ti correggo e ti rimetto in circolazione. Se ti condanno a morte vuol dire che ho fallito».
Chi sei oggi, Juri?
«Sono una persona che si ritiene fortunata, da lì ho capito cosa vuol dire la vita. Prima non l’avevo capito. Se non fossi stato lì dentro non avrei saputo cosa vuol dire».

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