Il Tirreno

Grosseto

Rischiò la fucilazione in Indonesia, ora Juri Angione è libero

di Elisabetta Giorgi
Rischiò la fucilazione in Indonesia, ora Juri Angione è libero

Il giovane orbetellano fu arrestato 10 anni fa all’aeroporto di Bali con 4 chili di cocaina nascosti nei bagagli e per i quali si è sempre detto innocente

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Aspettava il rumore di quei chiavistelli da 10 lunghi anni, e prima di uscire ha tentennato un po’ spaesato, nel suo letto: era quasi in preda al panico come se qualcuno lo buttasse fuori casa, troncando di netto le sue radici.
«Sono libero! Non ci credo, è un sogno», sono state le sue prime parole quando i carcerieri indonesiani hanno schiuso per sempre le sbarre. Juri Angione, 35 anni di Orbetello, ha chiuso i suoi conti con la giustizia dopo aver scontato 10 durissimi anni di carcere in Indonesia, cambiando tre volte sede (Bali, Jakarta e Chilacap) e rischiando la fucilazione. Una pena detentiva pesante che lo ha punito per un enorme carico di droga che fu scoperto tra i suoi bagagli nel dicembre del 2003, e di cui lui ha sempre negato ogni responsabilità.

Il ragazzo è rimasto incredulo per un po’, ha chiamato la famiglia a Orbetello e l’ha avvisata commosso, con la voce tremante e la paura che tutto svanisse.
Sono stati i secondini a fargli forza. «Andiamo Juri, seguici», gli hanno detto. E ora la famiglia, come lui, è raggiante: lo aspetta a casa dove lui tornerà i prossimi giorni dopo aver espletato le formalità. «Per noi è la fine di un incubo, abbiamo vissuto nel dramma per tutto questo tempo - dice la sorella Vania, che non lo ha lasciato un solo istante col pensiero - Ora è finita».

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Un incubo che piombò un giorno all’improvviso. In laguna, a Orbetello, già si respirava l’atmosfera prenatalizia e all’epoca Juri aveva solo 24 anni. Era nato nel 1979 da una famiglia stimata: il padre Giuseppe dipendente dell’Asl (e che ora non c’è più, è morto da 4 anni), la madre Fiorella, le due sorelle più grandi, Lara e Vania. Nella sua terra molti ricordano quel giorno, che per la cittadina lagunare ha spalancato uno dei capitoli più tristi della sua storia.

Juri Angione non aveva mai avuto precedenti di alcun tipo e da tutti era sempre stato descritto come un bravissimo ragazzo, molto affascinato dall’Oriente. «Bangkok e Bali erano per lui una fissazione», scrissero i giornali all’epoca. E infatti Juri non vedeva l’ora di racimolare qualche soldo a Orbetello, dove faceva l’orafo in un laboratorio artigiano, per correre dietro ai suoi sogni esotici: il mare, il surf, e una gran voglia di conoscere il mondo insieme ai suoi amici, con cui condivideva le passioni.

Tutta la storia di Juri attraverso le nostre pagine dal 2003 a oggi

 

Il 3 dicembre di quell’anno arrivò a Bali con un volo proveniente da Bangkok, dov’era giunto con un altro aereo partito da San Paolo del Brasile. E fu nello scalo balinese di Unghurha Bay che gli addetti alla dogana si insospettirono per quel borsone da surf imbarcato sul suo volo e che, passato ai raggi x, rilevò un’insolita conformazione ai bordi. Fu chiamato un cane antidroga, che segnalò la presenza di cocaina. E iniziarono i guai. Dentro la borsa furono trovati non solo tre tavole da surf, due completi da nuoto, due paia di scarpe da surf e una maschera da sub, ma anche 29 buste di plastica nascoste nella fodera interna. Avvolti in carta carbone nera i pacchetti racchiudevano polvere bianca: quattro chili e 260 grammi la cui quotazione sul mercato sfiorava circa mezzo milione di euro. «È il più grosso quantitativo di cocaina scoperto nell’aeroporto balinese nel 2003, e il secondo più grosso in tre anni», scrisse il Jakarta Post, rammentando pene esemplari comminate a chi si era macchiato dello stesso reato. La notizia fu ampiamente ripresa dai giornali indonesiani. Iniziò il processo a Bali, e subito si respirò aria di tragedia.

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Il pm chiese la fucilazione, una pena contemplata dall’ordinamento indonesiano per questo tipo di fatti. «Noi eravamo lì in aula, capimmo tutto dall’interprete», dice Vania, e fu uno choc. Per un mese Juri ha vissuto nel braccio della morte, nel terrore di essere ucciso al muro da un plotone d’esecuzione, finché a luglio 2004 non è arrivata la sentenza del giudice che gli ha riservato un trattamento più “umano”: l’ergastolo. La pena fu poi portata a 15 anni, fino a scendere per buona condotta a 10.

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Dieci anni che sono scaduti ieri e nei quali è successo di tutto. Tante cose sono cambiate, sia nella sua terra - la Maremma - che dentro di lui, nella sua anima e nel suo corpo. Juri è diventato un uomo. Suo padre Giuseppe è morto e la famiglia ha dovuto dirglielo per telefono. Le sue sorelle sono cresciute e diventate donne. Juri ha anche conosciuto l’amore; ha scoperto un rapporto speciale con una ragazza - Adé - conosciuta in vacanza in Indonesia e che gli è stata vicina per tutto il tempo della detenzione. Si sono innamorati di un amore sbocciato prima della prigionia, e maturato con convinzione dopo, fino alle nozze celebrate nella chiesa del carcere insieme agli altri prigionieri e ai parenti arrivati dalla Toscana. «Una cerimonia meravigliosa», disse la madre e ricorda la sorella oggi. Fiori d’arancio in mezzo alla tristezza, un tumulto interiore di sensazioni intrappolate nei pochi metri di una stanza.

O meglio tre stanze cambiate in 10 anni, corrispondenti a tre sedi diverse, a tre trasferimenti da un punto all’altro di questo enorme arcipelago asiatico, meta da sogno del turismo internazionale e diventata una trappola. Bali, Jakarta, Chialakap. «Nella mia stanza mi trovo bene, nonostante il fatto che ci siano degli scarafaggi grossi come topi», disse un giorno ai suoi genitori.

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